Come uno scalatore che dopo anni di allenamenti e sacrifici si spinge fino alla cima dei sogni, anche Zverev ha finalmente raggiunto la sua vetta. Niente montagne in questo caso, ma il primo posto nella classifica mondiale. Un traguardo che aveva rincorso a lungo, senza però mai riuscire a compiere quell’ultimo passo per tagliarlo. Ma il 2026 è stato il suo anno, quello delle prime volte: da campione slam e ora anche da numero uno. Dopo l’annuncio dello stop di Sinner, il tedesco era quasi certo di concludere l’anno guardando tutti dall’alto in basso, solo Alcaraz aveva qualche residua possibilità di scavalcarlo. La sconfitta prematura dello spagnolo a Shanghai aveva regalato a Sasha la certezza aritmetica. Non era più un «se», ma un «quando», e ora conosciamo la risposta. Vienna, 29 ottobre, Zverev batte Griekspoor 6-4, 7-5, si qualifica per i quarti e si prende il primato ai danni di Jannik (ufficialmente da lunedì), che intanto si lecca le ferite ma pensa già all’operazione controsorpasso.
Era arrivato nel circuito con l’etichetta di predestinato, del successore dei Big three, e il campo all’inizio diceva questo. Il trionfo al Master 1000 di Roma a vent’anni appena compiuti e quello alle Finals di Londra della stagione seguente. L’oro olimpico nel 2021 e il bis al Master di fine anno, ma niente titoli slam. E quella che sembrava essere una questione di tempo, è diventata un’agonia. Sono arrivati Carlitos e Jannik e hanno prelevato l’eredità di Nole, Roger e Rafa prima di lui. Quella finale agli Us Open 2020 persa dopo essere stato avanti di due set contro Thiem è diventata un macigno, dinanzi alla non certezza di potersi ritrovare in quella situazione. Il suo gioco ne ha risentito, con partite colme di doppi falli e di gravi errori nei momenti cruciali. Ma se c’è un merito che non può non essergli attribuito, e sono gli stessi colleghi a dirlo, è quello di non aver mai smesso di provarci. Ore e ore passate sul campo di allenamento, l’unica via che conosceva per arrivare al successo, rimanendo fedele a quel mantra giapponese che dice “cadi sette volte, rialzati otto”. Perché a terra Sasha ci è finito parecchie volte: fisicamente, quando in semifinale al Roland Garros 2022 contro Nadal si ruppe tre legamenti della caviglia e anche mentalmente, dopo altre due finali slam perse. La strada, però, quella era e quella è rimasta. Lavoro e sacrificio.
E forse, quest’anno il destino ha deciso che con Zverev era giunta l’ora di saldare il debito. A Parigi non c’era Alcaraz e Sinner è finito ko a causa di un malessere: era un’occasione, la sua occasione, e l’ha colta. Aver conosciuto così bene la sconfitta, ha reso quella vittoria ancora più dolce. È stata una liberazione, che lo ha fatto scendere in campo senza un tarlo nella testa mica da poco, e infatti a Wimbledon ha perso in finale da Jannik e allo Us Open ha conquistato il secondo slam nel giro di tre mesi. Vero, gli infortuni del tandem di testa italo-spagnolo lo hanno agevolato, ma poi contava essere sul pezzo e lui lo è stato. Alle soglie dei trent’anni ha vissuto la stagione della consacrazione e il numero uno nel ranking è la ciliegina sulla torta. Quanta strada in salita ha dovuto fare, quanti allenamenti e sacrifici. Alla fine, però, si è spinto anche lui fino alla cima dei suoi sogni.
