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Terrorismo

Attentato islamico di Berlino, i feriti rompono il silenzio: “Non esistiamo”. E resta il giallo dell’arma scomparsa

Luise e Sebastian denunciano di essere stati ignorati nel racconto dell’attacco. Restano dubbi sull’aggressore e sull’ipotesi di una seconda persona

Dopo il drammatico attacco terroristico islamico avvenuto a margine del Christopher Street Day di Berlino, due feriti gravi puntano il dito contro l’omertà generale, denunciando come i loro casi vengano ignorati nel dibattito pubblico pur di non affrontare le scomode verità sull’estremismo islamico e sulla totale mancanza di sicurezza. I due sopravvissuti, Luise D. e Sebastian S., hanno deciso di rompere il silenzio in un’intervista al quotidiano Die Welt, scagliandosi senza filtri contro l’atteggiamento di politica e media. Sentendosi del tutto abbandonati dalle istituzioni, le vittime hanno evidenziato come durante la cerimonia ufficiale al Rotes Rathaus, il sindaco Kai Wegner ha monopolizzato l’attenzione esclusivamente sull’investimento compiuto con l’auto, mentre il successivo (e sanguinoso) attacco col machete è stato ignorato.

Luise D. è amareggiata perché, dice, “il mio attentato finora non è proprio esistito. Sarei potuta morire, sarei potuta rimanere disabile, sarei potuta rimanere sfigurata. Per me è pesante il fatto che semplicemente non esistiamo”. Da parte sua, Sebastian S. punta il dito contro chi finge di non vedere la matrice ideologica dell’attacco islamista. Nel racconto pubblico, secondo il suo racconto, dominano le omissioni perché l’assalto successivo con l’arma bianca viene ridotto a un dettaglio trascurabile, concentrando la narrazione solo sul veicolo guidato da Abdul Ballout, che ha travolto la folla provocando un morto e diversi feriti. “La gente a volte mi prende per pazzo. Ovunque io vada, devo raccontare ogni volta da capo che sono stato aggredito con un machete nel Tiergarten”, ha spiegato. Dopo il primo fendente sferrato alla parte superiore del corpo di Luise D., Sebastian S. è intervenuto con coraggio per difenderla, diventando a sua volta bersaglio della violenza cieca dell’attaccante.

L’aggressore ha spezzato diverse costole al quarantasettenne, perforandogli il polmone e riducendolo in fin di vita. “Ho sentito un sibilo e ho visto effettivamente che il mio polmone usciva fuori”, ricorda l’uomo rievocando i terribili istanti precedenti l’arrivo dei soccorsi. Soltanto complessi e lunghi interventi chirurgici d’urgenza hanno impedito che l’assalto si trasformasse in una duplice tragedia. Nonostante gli inquirenti indichino Abdul Ballout come il principale sospettato, le testimonianze fornite dai due sopravvissuti smentiscono la ricostruzione ufficiale, perché la polizia ha a lungo cercato un sospetto alto circa due metri, mentre i testimoni indicano una statura nettamente inferiore, attorno a 1,80. Nonostante le falle del sistema, Sebastian S. ha comunque riconosciuto l’atteggiamento “empatico e cortese” dimostrato sul campo dagli agenti operativi. A completare un quadro sconcertante resta del machete utilizzato per l’attacco, che ancora non è stato trovato nonostante i rastrellamenti nel parco e le ricerche condotte nelle acque della Sprea. E il dubbio che, effettivamente, potessero essere due le persone a bordo torna a farsi vivo.

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