Per Osama bin Laden, l’attacco dell’11 settembre 2001 avrebbe dovuto segnare il punto di svolta nella sua decennale guerra contro la potenza americana. Quello che probabilmente non si aspettava è che, dopo gli attacchi al World Trade Center, la sua creatura del terrore, Al Qaeda, sarebbe cambiata e sarebbe rapidamente finita in mille pezzi.
Pezzi che, però, ancora oggi sono estremamente pericolosi e fonte di grave instabilità. Se gli attentati alle Torri Gemelle di New York e la reazione americana hanno colpito al cuore Al Qaeda, braccandone per una decina d’anni combattenti e vertici, è altrettanto vero che il ridimensionamento della “Base” ha avuto l’effetto deleterio di creare metastasi che si sono diffuse in tutto il mondo.

I tre livelli più uno
Ma oggi che cosa è rimasto del nucleo storico di Al Qaeda? Per averne un’idea bisogna usare l’immagine dei cerchi concentrici, al centro dei quali c’è ciò che resta del nucleo storico. Si tratta quasi di un corpo evanescente, piccolo e molto opaco, che oggi svolge una funzione di indirizzo ideologico e di collegamento.
Il secondo cerchio è formato dai rami affiliati, che oggi inquadrano la grande massa dei combattenti, stimati complessivamente in circa 28mila miliziani, e che hanno nel radicamento locale il loro punto di forza. Gli esempi sono molti: tra questi, al-Shabaab, forte in Somalia e nel Corno d’Africa, e JNIM (Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin), che si muove tra le pieghe del Sahel africano.
Il terzo cerchio è quello di chi non fa parte del mondo di Al Qaeda, ma vi ruota intorno: un ecosistema di alleati e facilitatori, come i talebani in Afghanistan. In questo cerchio si muovono anche attori che, in teoria, non dovrebbero legarsi alla tradizione di Al Qaeda. In realtà, ha scritto qualche giorno fa il Wall Street Journal, fenomeni di mutuo soccorso si verificano spesso. È il caso dell’affiliata al-Shabaab, che ha stretto legami con gli Houthi yemeniti in una strana alleanza tra sunniti e sciiti.
Volendo, ci sarebbe un quarto cerchio concentrico, più esterno, che include tutte quelle formazioni che formalmente non fanno più parte del network, ma che derivano da quell’esperienza. È il caso, ad esempio, del nuovo governo siriano di Aḥmad Ḥusayn al-Sharaʿ, che in precedenza si faceva chiamare Abū Muḥammad al-Jawlānī e che durante la guerra civile siriana guidava Tahrir al-Sham, una milizia nata da una serie di trasformazioni del ramo siriano di Al Qaeda.
Al Qaeda dopo la morte del suo fondatore
Dalla piramide alla rete
Dopo le due guerre in Iraq e Afghanistan scatenate dagli Stati Uniti e, soprattutto, dopo la morte del fondatore, avvenuta in Pakistan nel maggio 2011, Al Qaeda ha dovuto adottare la tecnica del franchising per rispondere al progressivo collasso della struttura interna. La caccia ai terroristi portata avanti da Washington dopo l’11 settembre ha reso vulnerabili i leader più in vista. Per questo la decentralizzazione è stata lo sbocco naturale: una perdita di efficacia in cambio della sopravvivenza.
Ovviamente, passare a una rete del terrore ha effetti deleteri: la missione globale si annacqua a causa dei vari scenari locali, ciascuno con le proprie peculiarità; il rapporto tra centro e periferia si allenta e spesso la fedeltà diventa anche una questione di potere. Allo stesso tempo crescono rotture e defezioni, ma tutto diventa il prezzo da pagare per sopravvivere.

Chi guida la creatura di bin Laden
Per avere un’idea di come si muova questo network, bisogna prima capire se ci sia qualcuno al comando. E guardare oggi a ciò che resta del nucleo centrale aiuta a fare chiarezza. L’ultimo scossone all’organizzazione è avvenuto il 31 luglio 2022, quando un missile ninja AGM-114R-9X ha ucciso Ayman al-Zawahiri, capo dell’organizzazione per 11 anni dopo la morte di bin Laden.
Da quel momento non c’è mai stato un vero passaggio formale di consegne. Oggi, dicono gli americani, il leader de facto è Saif al-Adl, noto anche come Mohammed Salih al-Din al-Halim Zaydan. Ma perché non c’è stata una nomina formale? Perché al-Adl è irreperibile da tempo e, in questo momento, si troverebbe in Iran. Presente fin dal primo vagito di Al Qaeda, al-Adl è uno storico esponente del jihad egiziano, proprio come al-Zawahiri, e da tempo è membro della Majlis al-Shura e del comitato militare dell’organizzazione.

Ancora oggi gli Stati Uniti cercano al-Adl per il suo coinvolgimento negli attentati del 1998 alle ambasciate americane in Kenya e Tanzania, ma la sua posizione è ignota. Dopo la grande caccia americana scatenata in Afghanistan e Iraq tra il 2001 e il 2003, al-Adl aveva trovato rifugio in Iran, dove era stato poi tenuto sotto controllo dai pasdaran in una sorta di detenzione dorata.
Nel 2015 un accordo segreto tra Al Qaeda e la Forza Quds ne aveva stabilito la liberazione e il ritorno in Afghanistan, ma lo stesso al-Adl si era opposto. Oggi al-Adl guida l’organizzazione e impartisce le proprie indicazioni dalla Repubblica islamica. Questo aspetto è fonte di imbarazzo, perché lo rende il leader di un’organizzazione sunnita che vive in territorio sciita: una situazione che crea particolare astio negli ambienti salafiti-jihadisti, nei quali quanto arriva da Teheran non è visto di buon occhio.
Accanto ad al-Adl si muove anche un’altra figura: Abd al-Rahman al-Maghrebi, noto anche come Muhammad Abbatay. Figura meno nota a livello mediatico, viene ritenuto un possibile successore alla guida dell’organizzazione. Genero di Ayman al-Zawahiri, al-Maghrebi è nato in Marocco negli anni Settanta, ha studiato in Germania e alla fine degli anni Novanta è arrivato in Afghanistan per addestrarsi nel famoso campo di al-Farouq, poco fuori Kandahar, dove venne scelto da Khalid Sheikh Mohammed, la mente degli attacchi dell’11 settembre, per lavorare nell’ufficio di propaganda del gruppo.
Oltre a essere responsabile delle pubblicazioni di as-Sahab, una sorta di portale di Al Qaeda, guida l’ufficio delle comunicazioni esterne del gruppo e coordina anche le attività di tutti gli affiliati. Oggi la sua localizzazione è incerta. Secondo alcuni è in Iran, mentre secondo altri si muoverebbe tra Pakistan e Afghanistan.

La cinghia di trasmissione
Il centro di Al Qaeda funziona come una sorta di “centro servizi” e “moltiplicatore di forza” per gli altri gruppi. In sostanza, fornisce know-how per l’addestramento, consulenze, capitale umano, relazioni e dottrine con cui alimentare i gruppi locali, più numerosi ma meno strutturati. In questo contesto al-Adl gioca ancora un ruolo importante. Secondo quanto scrive l’FBI nella scheda dei Most Wanted, al-Adl è attualmente il leader dell’Hittin Committee, che governa e coordina le attività transnazionali del gruppo.
Per capire perché Al Qaeda sia ancora così pericolosa bisogna vedere chi siede nell’Hittin Committee. Nel 2022 il CSIS scriveva che nel comitato, oltre ad al-Adl e al-Maghrebi, “siedevano” altri due personaggi importanti: Abu Ubaydah Yusuf al-Annabi, emiro di AQIM (Al Qaeda nel Maghreb islamico), e Ahmed Diriye, emiro di al-Shabaab. Non solo: al-Annabi funge anche da collegamento con JNIM. In questo contesto si comprende come esista un sistema nel quale informazioni, aiuti e fondi circolino continuamente.
Propaganda e reclutamento
Chiusa la stagione dei foreign fighter che affluivano in Siria e Iraq per combattere con lo Stato Islamico, grande rivale di Al Qaeda nello spazio jihadista, oggi sembra essersi aperta una fase in cui il reclutamento assomiglia più a un insieme di isole. Nel 2026 il modello della Base è ancora diverso e specifico per ogni affiliata. JNIM recluta sfruttando le fratture sociali ed economiche tipiche del Sahel; al-Shabaab, in Somalia, fa leva sulla coercizione e sull’appartenenza a determinati clan; AQAP, invece, sfrutta le competizioni tribali.
La propaganda segue lo stesso andamento. Il nucleo centrale è il fulcro di tutto il sistema; a questo si affianca la produzione di AQAP, che spesso si rivolge anche al pubblico occidentale. Le altre affiliate, invece, sfruttano linguaggi specifici per le rivendicazioni territoriali. In questo contesto, i fatti del 7 ottobre e la guerra a Gaza hanno dato un impulso importante alla macchina. Secondo lo United Nations Counter-Terrorism Committee, tra il 2023 e il 2024 Saif al-Adl, sotto lo pseudonimo di Salim al-Sharif, ha pubblicato una serie di saggi per invitare i simpatizzanti della causa palestinese a trasferirsi in Afghanistan, così da prepararsi alla guerra contro Israele e l’Occidente.

La minaccia agli Stati Uniti e all’Europa
Dai fatti dell’11 settembre molto è cambiato nel modo in cui Al Qaeda e le sue affiliate minacciano l’Occidente. Come ha notato il National Counterterrorism Center (NCTC), un centro legato al Director of National Intelligence del governo americano, Al Qaeda continua a elaborare piani per colpire gli Stati Uniti e gli interessi americani all’estero, anche se le operazioni antiterrorismo ne hanno limitato la capacità operativa. Secondo l’ATA (Anti-Terrorism Assistance Program) del dipartimento di Stato, Al Qaeda e l’Isis hanno ridotto il loro raggio d’azione dopo il picco del Califfato di Abu Bakr al-Baghdadi, ma questo non significa che non abbiano altri strumenti per minacciare gli Stati Uniti e l’Europa.
Sempre secondo un dossier dell’ATA pubblicato nel marzo scorso, il modello attuale di attacco non è quello dell’11 settembre, ma quello di piccole cellule e attori solitari che si trovano già nel Paese e che hanno subito processi di radicalizzazione online. In questo quadro, Al Qaeda punta sulla capacità di alimentare il fervore ideologico. AQAP, ad esempio, dall’anno scorso ha aumentato la produzione mediatica che incita ad attaccare l’Occidente.
AQAP, Al Qaeda nella Penisola arabica, acquisisce fra l’altro un compito importante: portare avanti l’approccio antiamericano del gruppo. Non a caso, negli ultimi anni è stata l’affiliata a colpire gli Stati Uniti con un attentato compiuto nel 2019 contro una base militare a Pensacola, in Florida.
In questo contesto l’Europa diventa terreno fertile per nuove iniziative. In un rapporto pubblicato a luglio, Europol scrive che nel 2025 nel Vecchio continente si sono verificati 45 attacchi terroristici: 22 andati a segno, 20 sventati e tre falliti. Ventiquattro di questi, praticamente la metà, sono stati classificati come jihadisti, ma senza un legame diretto con Al Qaeda. Ciò non significa, però, che la Base non possa essere pericolosa.

L’anno scorso il servizio segreto britannico MI5 scriveva in un rapporto che sia Al Qaeda sia l’Isis stavano diventando più ambiziosi, arrivando a incoraggiare gli aspiranti attentatori. Come ha scritto il Combating Terrorism Center, già nel 2024 alcuni funzionari qaedisti avrebbero iniziato un processo per riattivare cellule dormienti in Medio Oriente, Nord Africa e soprattutto in Europa. Un processo che non dovrebbe portare a un attacco imminente, ma che si sviluppa sotto la superficie, con un aumento dei contatti tra i veterani del jihad, come i miliziani che hanno combattuto in Siria fino al 2024, i facilitatori e le microcellule europee. E che rischia di mettere di nuovo nel mirino l’Occidente.
