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Terrorismo

Il coltello e l’attacco per il dirottamento. Blitz dei passeggeri sventa la tragedia

Il co-pilota omanita attacca il collega, fermato dalla folla. “È un estremista”. Israele: “Attentato”

Attimi di paura Il panico a bordo del volo Flydubai diretto a Tel-Aviv che un uomo ha tentato di far precipitare. Il disastro è stato evitato da diversi passeggeri che sono riusciti ad atterrare in sicurezza in Arabia Saudita

A volte un aereo non è solo una macchina che attraversa il cielo, non è più una rotta tracciata su uno schermo, non è più la distanza fra una città e un’altra. Diventa una stanza chiusa, sospesa a diecimila metri, dove basta una voce fuori posto perché il cielo si trasformi in una minaccia. Ieri mattina, sul volo FZ1073 di Flydubai, tutto è accaduto senza preavviso. Il Boeing 737 era partito da Dubai poco dopo le sette, diretto a Tel Aviv. A bordo c’erano 180 passeggeri, 166 di nazionalità israeliana. Per oltre due ore il viaggio è apparso quello di migliaia di altri voli: una linea regolare nel cielo, il tempo che passa fra un annuncio e il rumore dei motori.

Poi l’aereo inizia a scendere, una caduta violentissima di 4mila metri. Non servono gli strumenti per capire che qualcosa è profondamente sbagliato. Il corpo lo sa prima della mente. A terra, in Israele, l’allarme si accende. Decollano i caccia. Per qualche minuto il volo FZ1073 è un punto nel cielo che nessuno riesce ancora a interpretare: un aereo in picchiata, un codice da possibile dirottamento, una minaccia senza volto. Ma dentro quell’aereo la storia è ancora più fisica e brutale. Flydubai all’inizio parla di un incidente. Poi precisa: nella cabina di pilotaggio c’è stata una colluttazione. Il personale di bordo riesce a mettere in sicurezza il velivolo, che viene deviato verso Tabuk, nel nord-ovest dell’Arabia Saudita.

Secondo le ricostruzioni, uno dei piloti ha aggredito con un coltello il collega per tentare di intervenire sui comandi e scatenare un 11 settembre in salsa mediorientale. Le urla, le richieste d’aiuto e il panico tra i passeggeri sono il preludio della svolta: la porta della cabina si apre. Un passeggero e un membro dell’equipaggio riescono a entrare e trovano l’aggressore, il co-pilota di origini omanite, mentre tenta di intervenire sui sistemi dell’aereo dopo aver ferito con un coltello il pilota, Smith Machchhar, cittadino indiano. L’uomo viene immobilizzato. A contribuire all’intervento ci sarebbero anche piloti fuori servizio presenti tra i passeggeri, ma anche agenti dello Shin Bet. Sono in parecchi ad aver sentito l’omanita gridare «Allah Akbar». «È un estremista, pregava in modo eccessivo tutto il giorno e si rifiutava di stringere la mano alle donne», racconta un collega. L’aereo continua a perdere quota. La cabina diventa il centro della lotta e, per interminabili minuti, la sicurezza di tutti è dipesa da chi è riuscito a entrare in quel varco e a riprendere il controllo del velivolo. È una versione dai contorni opposti rispetto a quanto accadde un quarto di secolo fa sul volo United Airlines: anche allora i passeggeri si ribellarono ai dirottatori, ma la lotta si concluse con lo schianto in Pennsylvania. Il Boeing, «bonificato» dalla minaccia, trova una pista. Il centro di controllo dell’aeroporto Prince Sultan bin Abdulaziz di Tabuk riceve la richiesta di un atterraggio d’emergenza. Alle 9.45 atterra. I due piloti sono feriti e vengono portati in ospedale. L’omanita in stato di fermo.

Sulla pista di Tabuk si consuma una storia dentro la storia. Il Boeing è arrivato in Arabia Saudita con a bordo persone dirette in Israele, in un Paese che non ha relazioni diplomatiche ufficiali con lo Stato ebraico. L’emergenza ha cancellato confini e protocolli. La politica è rimasta fuori dal terminal. La paura, invece, è entrata con loro. Flydubai invia due aerei sostitutivi con destinazione Ben Gurion, ma alcuni esitano a salire. Dopo quello che è accaduto, tornare su un aereo significa chiedere alla propria paura di aspettare ancora. È forse questa l’immagine che racconta meglio la giornata: un gruppo di persone davanti a un altro Boeing che si domanda se sia davvero possibile tornare a fidarsi del cielo.