La vicenda di Vadim Ermolaev, l’oligarca originario di Dnipro vittima nelle ultime ore in un attentato a Monaco, riporta al centro una delle zone grigie nate dopo l’annessione russa della Crimea: quella degli alcolici prodotti o collegati alla penisola occupata, ma commercializzati attraverso strutture societarie e geografiche capaci di farli apparire, a seconda del mercato, russi, crimeani o ucraini.
Secondo un’inchiesta congiunta di Current Time e Municipal Scanner, il gruppo Alef-Vinal appartenente all’oligarca, avrebbe diviso legalmente la propria attività in due rami: uno russo, Alef-Vinal-Krym, attivo in Crimea e destinato al mercato russo; uno ucraino, Alef-Vinal, con produzione e imbottigliamento dichiarati nell’Ucraina continentale per i mercati esteri. È attorno a questa architettura che la Crimea sarebbe diventata uno snodo sensibile del commercio di vini e distillati, in bilico tra sanzioni, indicazioni geografiche e società offshore.
I “gemelli del vino”: una società, due mercati
Dopo il 2014, Alef-Vinal avrebbe separato formalmente le proprie attività in una parte ucraina e una parte registrata secondo il diritto russo. L’entità Alef-Vinal-Krym è stata registrata in Russia nel novembre 2014, pochi mesi dopo l’introduzione delle sanzioni europee su Crimea e Sebastopoli. La struttura societaria coinvolgeva anche società europee e cipriote, elemento che rendeva il caso particolarmente delicato sul piano della compliance sanzionatoria.
Il meccanismo descritto dalle inchieste è semplice solo in apparenza: in Russia, i prodotti venivano presentati come vini con indicazione geografica “Crimea”; per l’Europa, gli Stati Uniti e altri mercati, invece, Alef-Vinal dichiarava produzione e imbottigliamento nell’Ucraina continentale, in particolare nell’area di Synelnykove, nella regione di Dnipro. La società ucraina sosteneva che i vini destinati all’export fossero prodotti lì, mentre l’inchiesta sollevava dubbi sull’origine effettiva di uve e basi vinose.
Dalla vigna crimeana allo scaffale russo
Il ramo crimeano del gruppo non è marginale. La filiera russa faceva capo a quattro strutture nella penisola: i vini sarebbero stati prodotti da AO Starokrymskoe, i cognac dallo stabilimento Bagerovo, l’uva coltivata dall’azienda agricola Burlyuk e gli spiriti per cognac lavorati da Alef-Vinal-Krym nel villaggio di Pochtove. La stessa inchiesta attribuisce al gruppo due aree vitate in Crimea: circa 800 ettari nel villaggio di Kashtany e oltre 1.000 ettari a Pervomaiskoe.
Sul mercato russo, il marchio Villa Krim compariva quindi dentro una narrazione pienamente crimeana: uva locale, ciclo produttivo nella penisola, tasse pagate secondo il sistema russo e distribuzione nei supermercati della Federazione. La responsabile marketing di Alef-Vinal-Crimea, intervistata da Current Time, spiegava che i mercati erano separati: Alef-Vinal-Crimea lavorava per la Russia, mentre la società ucraina seguiva altri sbocchi commerciali.
Il nodo delle sanzioni e delle etichette “ucraine”
Il punto più sensibile riguarda i mercati occidentali. Le sanzioni Ue e Usa vietano l’importazione di prodotti provenienti dalla Crimea occupata; per questo l’origine dichiarata dei vini è decisiva. Secondo l’inchiesta, Villa Krim risultava reperibile anche su mercati esteri con indicazione ucraina, mentre il marchio esisteva parallelamente nei cataloghi della società russa e di quella ucraina.
La cornice giuridica è aggravata dal caos sulle indicazioni geografiche. Dopo l’occupazione, denominazioni e marchi ucraini legati alla Crimea sono stati ri-registrati secondo il diritto russo, mentre le autorità de facto della penisola hanno introdotto una nuova indicazione geografica “Crimea” per i vini, usata da diversi produttori locali.
Nel dicembre 2023, l’Ucraina ha inserito Vadim Yermalaiev/Ermolaev nelle proprie liste sanzionatorie per dieci anni, con congelamento degli asset e blocco delle attività finanziarie; Ukrainska Pravda ha svelato a suo tempo che l’imprenditore possedeva una fortuna stimata da Forbes Ukraine in circa 220 milioni di dollari nel 2021.
Il risultato è un caso emblematico della guerra economica attorno alla Crimea: non solo carri armati, porti e basi militari, ma
anche vigneti, etichette, marchi e società registrate tra Ucraina, Russia, Cipro e offshore. In questa zona grigia, il vino non è più soltanto un prodotto agricolo: diventa una prova materiale di sovranità contesa.