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Terrorismo

I frutti avvenelanti di Al Qaeda: ecco dove sono i santuari del terrore islamista

Afghanistan, Yemen, Somalia e Mali sono oggi i principali fronti della galassia qaedista, tra campi di addestramento, economie criminali e controllo del territorio

epa13225606 An Afghan man walks at the site of a housing project for Afghan returnees supported by the Norwegian Refugee Council (NRC), in Kandahar, Afghanistan, 08 September 2026 (issued 09 September 2026). NRC Secretary General Jan Egeland visited homes being built for Afghan returnees and assessed their living conditions and shelter needs following a large-scale return from neighboring countries. The NRC has warned that millions of these families face severe housing and job shortages as Afghanistan struggles with declining international humanitarian funding and widespread relief needs. EPA/SAMIULLAH POPAL

La morte di Osama bin Laden non ha cancellato il pericolo jihadista, ma ha accelerato un processo nato con le invasioni americane dell’Afghanistan e dell’Iraq: la moltiplicazione dei fronti jihadisti in diversi Paesi. Una sorta di fenomeno contorto, per cui il grande tumore innescato da “La Base” nel 2001, a New York, si è via via trasformato in tante metastasi che continuano a minacciare l’Occidente.

Oggi la jihad è diventata glocal: mostra un lessico e una propensione alla lotta globale, ma resta ancorata a forme di lotta territoriali e locali. I miliziani alimentano forme di insorgenza locale e intervengono nelle economie e nelle società di luoghi specifici. In questo contesto, i santuari che permettono la proliferazione della minaccia terroristica sono numerosi e diversi.

L’Afghanistan, il santuario più controverso

Storica base di Al Qaeda e crogiuolo di movimenti islamisti fin dal conflitto con l’Urss degli anni ’80, per quasi due decenni la “Tomba degli imperi” è rimasta sotto il controllo americano. Con costi elevatissimi, gli Stati Uniti erano riusciti in qualche modo a eradicare quasi del tutto il complesso sistema di campi di addestramento creato nel Paese grazie al caos degli anni ’90. Oggi, dopo il ritiro americano del 2021 e il ritorno dei talebani al potere, l’Afghanistan è tornato a essere un luogo fertile per il terrorismo.

Ad affermarlo sono gli stessi americani. Nell’ultima edizione del rapporto del Lead Inspector General per Operation Enduring Sentinel si scrive chiaramente che la leadership talebana non ha rispettato gli impegni di Doha e che, di conseguenza, il Paese è tornato a essere un “safe haven” per i gruppi terroristici. L’Onu scrive che Kabul alimenta un clima permissivo e che, in alcuni casi, gli operativi di Al Qaeda godono di protezione e sostegno da parte delle autorità locali.

Un anno fa, il Combating Terrorism Center, citando alcuni dossier dell’Onu, scriveva che in Afghanistan si registrava un’espansione delle strutture qaediste e parlava addirittura di nuovi campi di addestramento in una dozzina di province. Lo scorso 10 agosto, l’Onu ha pubblicato un nuovo dossier che racconta come sia stato creato un nuovo campo di addestramento a Barg-e Matal, nel Nuristan, un distretto montuoso non lontano dal confine con il Pakistan.

Il dossier dell’Onu mette in luce anche un altro aspetto: Al Qaeda addestra non solo i propri uomini, ma anche una vasta platea di beneficiari, come il TTP, ovvero i talebani pakistani; l’ETIM/TIP, cioè i miliziani islamisti di etnia uigura che si oppongono alla presenza cinese nello Xinjiang; e il BLA, vale a dire i separatisti del Balochistan. È il segno di come oggi Al Qaeda rimanga soprattutto un moltiplicatore di altre forze sparse in tutta l’Asia centrale e oltre.

Lo Yemen e la proiezione globale di AQAP

Un’altra grande consociata di Al Qaeda che sta prosperando è AQAP, Al Qaeda nella Penisola arabica. Secondo il National Counterterrorism Center americano, al momento AQAP dispone di 2-3mila miliziani, che si muovono nelle aree meridionali dello Yemen, e prospera grazie a una guerra civile che va avanti da oltre un decennio. La leadership oggi è nelle mani di Saad bin Atef al-Awlaki, ma accanto a lui ci sono due veterani storici di Al Qaeda: Ibrahim al-Banna e, soprattutto, Ibrahim Ahmed Mahmoud al-Qosi. Quest’ultimo, già detenuto a Guantanamo nei primi anni Duemila, è stato rilasciato nel 2012 e oggi svolge un ruolo importante proprio in AQAP, tanto che sulla sua testa pende una taglia da 4 milioni di dollari.

Rispetto alle altre consociate, AQAP è una delle affiliate con la più marcata vocazione agli attentati contro l’Occidente. Oltre a diffondere proclami in inglese contro l’Occidente, ha agito attivamente negli anni successivi all’11 settembre, come dimostrano l’attentato contro la redazione francese di Charlie Hebdo e l’attacco a Pensacola, in Florida, nel 2019.

Ma AQAP è anche ben integrata nel tessuto yemenita e controlla porzioni di territorio, nonostante la competizione con i miliziani sciiti Houthi, sostenuti dall’Iran. Secondo il programma americano Rewards for Justice, l’organizzazione raccoglie fondi attraverso estorsioni, traffici, rapimenti, sfruttamento illecito delle rotte petrolifere e reti di donazioni estere. Un sistema che si ritrova anche in altre consociate.

La Somalia: il ramo più ricco

In questo panorama, un ruolo di primo piano è giocato da Al Shabaab. Nata dalle corti islamiche, l’organizzazione si è unita ad Al Qaeda in un matrimonio d’interesse nel 2012. Attualmente, scrive il National Counterterrorism Center, può contare su una forza di circa 12mila uomini e su una roccaforte nel sud della Somalia, ma opera spesso oltre confine, in Kenya e in Etiopia. Non solo: sempre secondo la scheda dell’NCTC, è la consociata che ha ucciso più cittadini americani dal 2014.

Al Shabaab è anche il gruppo più ricco. Secondo il Dipartimento del Tesoro americano, il gruppo si appoggia a network transnazionali, estesi dal Corno d’Africa fino agli Emirati e a Cipro, capaci di raccogliere grandi quantità di denaro e di condurre complesse operazioni di riciclaggio. Sempre secondo il Dipartimento, soltanto attraverso le estorsioni ai danni di individui e imprese è in grado di incamerare 100 milioni di dollari l’anno.

Il Sahel: un califfato a ridosso dell’Europa

Per l’Occidente e l’Europa, una seria minaccia arriva dalle sabbie del Sahel. A preoccupare è l’attività di JNIM, Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin, un’entità nata dalla fusione di diverse milizie, tra cui pezzi importanti di Al Qaeda nel Maghreb, che di fatto ne fanno una pericolosa consociata qaedista. Al momento disporrebbe di circa 7mila uomini. Il gruppo ha le proprie basi tra Burkina Faso e Mali, l’attuale leader è Iyad Ag Ghaly, un tuareg islamista, ma opera anche in Niger, Nigeria e nelle aree costiere dell’Africa occidentale.

La vera forza di JNIM è la capacità di mescolare le velleità della jihad globale con i conflitti intercomunitari di Paesi complessi e Stati falliti come quelli della terra dei tre confini: Mali, Niger e Burkina Faso. Secondo il rapporto dell’NCTC, i miliziani sono abili nello sfruttare le divisioni etniche e l’assenza dello Stato. Una parte dei loro introiti deriva, infatti, dalla governance informale di miniere e comunità.

In sostanza, l’attività dei terroristi diventa simile a quella di un piccolo Stato, capace di esercitare una forma di sovranità laddove le istituzioni sono assenti o quasi. Questo rende JNIM un attore pericoloso, perché in quei territori si mescolano flussi diversi, tutti da sfruttare: quelli migratori dall’Africa subsahariana verso l’Europa, l’andirivieni di armi e i traffici di droga che dal Sudamerica approdano nei porti dell’Africa occidentale e risalgono verso nord.

La potenza e la pericolosità di JNIM si comprendono soprattutto guardando al salto di qualità compiuto negli ultimi mesi in Mali. Dalla fine di aprile, il gruppo jihadista e il Fronte di liberazione dell’Azawad (FLA), a prevalenza tuareg, hanno avviato una serie di attacchi coordinati contro obiettivi militari e strategici in diverse aree del Paese, colpendo simultaneamente il centro, il nord e la stessa regione della capitale. L’offensiva ha portato anche alla conquista di Kidal, dopo il ritiro delle forze maliane e dei loro alleati russi, e all’uccisione del ministro della Difesa Sadio Camara in un attacco a Kati, alle porte di Bamako.

L’ultimo segnale di questa pressione è arrivato il 10 settembre, quando JNIM ha attaccato il campo militare di Dioura, nella regione centrale di Mopti. Si tratta di una base avanzata strategica per le operazioni dell’esercito maliano, già in passato finita nel mirino dei jihadisti. Nelle prime ore della giornata sono stati segnalati violenti combattimenti intorno al campo. Le forze armate maliane hanno confermato l’attacco, sostenendo di avere reagito e di avere riportato la situazione sotto controllo anche grazie al sostegno dei militari russi dell’Africa Corps (la formazione che ha sostituito il gruppo Wagner).

JNIM ha fornito però una versione opposta, rivendicando il “controllo totale” della caserma di Dioura. In assenza di verifiche indipendenti sul terreno, le due ricostruzioni restano quindi contrastanti. Ma al di là dell’esito immediato dello scontro, l’attacco conferma la capacità dell’organizzazione di colpire installazioni militari importanti e di mantenere contemporaneamente aperti più fronti.

Il quadro, insomma, è ormai più grave di un semplice assedio logistico a Bamako. JNIM ha dimostrato di poter coordinare offensive su vasta scala, conquistare temporaneamente centri e basi militari, interrompere le linee di rifornimento e costringere l’esercito maliano e l’Africa Corps a una postura sempre più reattiva. Pochi giorni prima dell’attacco a Dioura, il gruppo aveva inoltre rivendicato un’imboscata contro una pattuglia legata all’Africa Corps nella stessa regione di Mopti, ulteriore dimostrazione della pressione esercitata sulle forze governative e sui loro alleati russi.

È proprio questa capacità di trasformare vaste aree scarsamente controllate in santuari, corridoi logistici e territori di insorgenza a rendere il Sahel uno dei fronti più delicati della jihad contemporanea. Non più soltanto una periferia della galassia qaedista, ma uno spazio nel quale un’affiliata di Al Qaeda riesce a combinare guerriglia, controllo territoriale, economia criminale e ambizioni politiche, costruendo una minaccia sempre più vicina al fianco meridionale dell’Europa.

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