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Terrorismo

“Nulla sarà più come prima. È finita l’epoca dell’ingenuità”

La testimonianza di Orit Zadikevitch, sopravvissuta al massacro del kibbutz di Kfar Aza

Orit Zadikevitch

«È finita l’epoca dell’ingenuità, quella in cui credevamo di poter vivere vicini e in pace con gli abitanti di Gaza. Ora sappiamo che fra chi è venuto qui dalla Striscia per ucciderci, per stuprare le nostre donne, per rapire i nostri familiari e tenerli prigionieri c’erano molti, troppi civili che apparentemente non erano di Hamas, ma hanno collaborato all’orrore. Non possiamo più fidarci di nessuno. Nulla sarà più come prima dopo il 7 ottobre». Orit Zadikevitch ci parla dal kibbutz di Kfar Aza, uno dei più colpiti nel massacro di tre anni fa: 62 civili uccisi, tra cui il suo ex marito, 19 ostaggi tenuti prigionieri in condizioni disperate per mesi, due dei quali non sono mai tornati. Orit si è salvata per miracolo perché, per quello che lei chiama un «intervento divino», la notte prima della strage era rimasta a dormire a Tel Aviv. Un altro miracolo ha fatto in modo che anche sua mamma Batya, allora 83 anni, abbia scampato il peggio. La scheggia di un razzo di Hamas è piombata sulla sua casa quella mattina e ha bloccato l’ingresso al rifugio dove l’anziana si era nascosta, impedendo ai terroristi, che erano dietro la sua porta, di entrare e ucciderla. «Mia mamma si sveglia ancora la notte per gli incubi. Durante la guerra dei 40 giorni con l’Iran, da febbraio in poi, quando gli allarmi per i missili erano continui, andava nel panico ogni volta che suonava una sirena. Abbiamo dovuto dormire al suo fianco. E lei è tra i fortunati che ce l’hanno fatta», racconta sommessa Orit. Il 6 ottobre - ci dice - la comunità ha commemorato Yuval Salomon, che la sera prima di essere massacrato, aveva festeggiato i suoi 29 anni.

Poi ci sono le storie di chi si è salvato, ma ha vissuto l’inferno non solo 7 ottobre ma anche nei mesi successivi. La mente va ai gemelli Ziv e Gali Berman, ostaggi di Hamas e liberati 738 interminabili giorni dopo. «Un tempo che richiede un percorso di guarigione ancora più lungo», ci spiega Orit. «È il paradosso di chi torna nel luogo del grande trauma, che però in questa circostanza è la loro casa. Di solito si cerca di allontanarsi dal posto dove è avvenuta una tragedia. Ma a Kfar Aza c’è la loro abitazione e questo aumenta lo stress emotivo dei due ragazzi. È come riportare un bimbo violentato nel luogo in cui è stato abusato».

Gli abitanti del kibbutz sono ancora sfollati. Quaranta famiglie hanno deciso di rimettere piede nelle loro abitazioni a inizio settembre, ma ci vorrà un anno prima che la ricostruzione sia ultimata. «Molte famiglie con bimbi piccoli non torneranno. Hanno e abbiamo ancora molta paura. Sappiamo che potrebbe esserci un altro 7 ottobre. Ed è molto triste da dire, ma prima ci fidavamo dei cittadini di Gaza, non di Hamas, ma dei civili sì. Credevamo che la maggioranza fosse come noi, che potessimo vivere vicini e in pace. Purtroppo non ci crediamo più».