Tribù indiana risarcita: «Gli scienziati ci hanno rubato il Dna»

La tribù degli Havasupai, una piccola comunità di 650 persone che vive negli Stati Uniti, sul fondo del Gran Canyon, ha vinto la sua battaglia contro l’università dell’Arizona per l’uso del proprio Dna.
L’ateneo americano ha accettato di pagare 700mila dollari di risarcimento, restituire i campioni di sangue prelevati e fornire assistenza per ottenere fondi federali per la costruzione di un ospedale.
La vicenda, raccontata ieri dal New York Times, offre molti spunti di riflessione sui rapporti fra culture diverse, sui limiti della ricerca e sugli aspetti etici connessi all’uso delle informazioni raccolte nello studio del Dna umano.
Tutto è cominciato nel 1989, quando un anziano della tribù, Rex Tilousi, ha chiesto a un antropologo dell’università dell’Arizona, John Martin, se un medico poteva aiutarli contro il diabete che colpiva un’alta percentuale dei membri della tribù degli Havasupai.
Così è iniziata la ricerca della genetista americana Therese Markow, che ha raccolto il sangue di vari esponenti della tribù per cercare se vie era una predisposizione genetica a questa malattia.
Un centinaio di membri della tribù si è prestato allo studio, superando la forte diffidenza culturale verso la donazione del proprio sangue per poter portare a termine la ricerca della dottoressa.
Dagli esami non è nata nessuna indicazione per la cura del diabete, ma il Dna ricavato è stato usato per diversi studi. Ad accogersene, nel 2003, è stata Carlotta Tilousi, una delle poche Havasupai a frequentare l’università. E i risultati di queste ricerche non sono piaciuti affatto ai diretti interessati, che li hanno trovato insultanti.
Non è piaciuto né lo studio sui troppi matrimoni fra consanguinei né quello sulla probabilità che gli antenati degli Havasapuai siano venuti dall’Asia attraversando lo stretto di Bering congelato. nell’antica tradizione della tribù, al storia è un’altra. Gli anziani hanno infatti sempre tramandato un’altra versione: la tribù sarebbe infatti nata nel Canyon di cui gli Havasapuai ritengono di essere i guardiani. «Ci avete preso il sangue per curarci dal diabete e invece state distruggendo la nostra storia», hanno detto.
«È stato un brutto colpo per gli anziani della nostra tribù che tramandano ai nipoti la storia della nostra tribù centrata sul fatto che da sempre siamo i guardiani del Grand Canyon», afferma Carlotta Tilousi.
Sentendosi ingannati, i membri del clan hanno proibito sette anni fa l’accesso ai ricercatori dell’università dell’Arizona nella loro riserva e avviato una causa legale che all’ateneo dell’Arizona è già costata 1,7 milioni di dollari.
La ricercatrice Markow si è difesa dicendo che la ricerca per sua natura non può venire limitata in anticipo e che gli interessati avevano firmato una liberatoria al momento della presa di sangue. Ma alla fine hanno vinto gli Havasupai, che hanno accolto la restituzione dei loro campioni di sangue con un canto tradizionale e una sorta di festa.
La cerimonia di è svolta questa settimana quando tre indiani, con camice e guanti di gomma, si sono recati in una cella frigorifera nel campus della università per riprendere possesso dei campioni di sangue.
Gli indiani hanno intonato un canto tradizionale Havasupai mentre gli scienziati estraevano dal frigo il sangue dei membri della tribù.

Ironia della sorte: gli scienziati dell’università dell’Arizona non sono mai riusciti a trovare alcun difetto genetico legato al diabete, malattia che aveva spinto inizialmente gli anziani della tribù a ricercare la collaborazione dei medici dell’ateneo.
Ancora oggi dunque, l’ origine della grande diffusione del diabete nella tribù guardiana del Canyon continua a restare un mistero.

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