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"Troppi clic e troppi social. Il pop perde personalità"

Il cantautore Alan Sorrenti lunedì sera su Raiuno alla finale di "Musicultura". Nel 2027 i 50 anni di "Figli delle stelle"

"Troppi clic e troppi social. Il pop perde personalità"
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Che effetto fa, Alan Sorrenti, ascoltare la musica di oggi?

"Il problema è che quasi tutti i pezzi non si ricordano, non rimangono, non sono più vissuti in modo totale".

Per colpa di chi?

"Questo probabilmente è dovuto alla super produzione che li rende tutti omogenei. E poi è cambiato il modo di diffondere la musica e ovviamente di ascoltarla".

Risultato.

"Non discuto sulla qualità, quello dipende da tutti, e neanche sul numero di cantanti che sono comunque troppi".

E allora qual è il problema vero?

"Oggi non c'è più tempo di sviluppare le personalità. Oggi devi essere super visualizzato e super social, magari c'è qualcosa che non quadra".

Alan Sorrenti parla lentamente e la sua voce è soave, quasi "prog" come i suoi primi dischi a inizio anni Settanta. "Mi sono sempre ispirato a Tim Buckley, Peter Hammill e Shawn Phillips" ripete spesso anche se i vecchi dischi che ascolta di più sono il White album dei Beatles e What's going on di Marvin Gaye. Era il 1972 quando pubblicò Aria con la collaborazione del violinista jazz fusion Jean Luc Ponty con testi assai ermetici dei quali, anno dopo anno, ha conservato soltanto la vocazione psichedelica. Inutile dire che tutto è cambiato (la sua vita e la musica italiana) dopo l'uscita di Figli delle stelle, anno 1977, uno di quei brani che, già dal riff di chitarra, hanno una marcia in più e difatti lo cantiamo ancora oggi. Da allora Alan Sorrenti, napoletano classe 1950 (ma è di dicembre, quindi ha ancora 75 anni) si è alternato tra silenzi e ricerca, tra apparizioni al Festival di Sanremo, tra tournée in Nepal per raccogliere fondi dopo il terremoto del 2015 (c'è il live Nepal on tour) e dischi complessi come Bonno soku bodai del 1987. Ora i suoi concerti sono raffinate raccolte di canzoni venate di progressive e visioni, di dolcezza e chitarre come s'è visto nella serata finale di Musicultura (che andrà in onda in seconda serata su Raiuno lunedì 13 luglio). "Tendo ad evolvermi, non mi va di ripetermi" dice lui che affronta ancora il "mestiere" di musicista come si è fatto per secoli: ossia studiando e ricercando.

Ora cosa sta facendo?

"Beh diciamo due cose".

La prima.

"Ho l'idea di un doppio album live che comprenderà una prima parte più progressive e un'altra un po' meno. Magari uscirà in due parti. E ci saranno comunque brani inediti perché io continuo a scrivere nuove canzoni".

E il secondo progetto di Alan Sorrenti?

"Sto scrivendo un libro sulla mia storia".

Una autobiografia?

"In realtà non vorrei che fosse la solita autobiografia. È la storia della mia vita musicale con tutte le fasi che ha attraversato la vita esistenza anomala, anche quelle che non si conoscono pubblicamente. Non pensavo mi impegnasse così tanto".

Nel 2027 saranno cinquant'anni da Figli delle stelle.

"Avrebbe dovuto intitolarsi Heaven e già mentre la registravamo mi ero reso conto che il brano filava bene. Ma non mi sarei mai immaginato un successo così lungo e così grande".

Si potrebbe celebrarlo al prossimo Festival di Sanremo.

"Chissà, vedremo".

Intanto suona dal vivo.

"Faccio concerti in trio e mi diverto molto anche in questa forma essenziale di presentarsi sul palco".

Già presentarsi fisicamente è un bel segno. Con l'intelligenza artificiale si rischia di saltare anche questo passaggio.

"Il problema non è l'intelligenza artificiale in sé, ma la capacità che abbiamo noi di educarla".

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