Vive da trent’anni su quel set, Un posto al sole del sistema televisivo, venerato da milioni di fan. Ecco a voi Patrizio Rispo, o meglio, per gli appassionati, Raffaele Giordano, il portinaio del lussuoso Palazzo Palladini di Posillipo. Insomma il principale protagonista della soap napoletana che il 21 ottobre compirà trent’anni: più di 7mila episodi andati in onda, l’equivalente di 2mila film. Nel frattempo sono passati governi, presidenti, guerre, generazioni, tecnologie, ma ogni sera puntuale alle 20,50 su Rai 3, Rispo insieme agli altri personaggi della soap intreccia amicizie, amori, odi, passioni con il tempo reale, seguendo insieme agli spettatori i problemi della società contemporanea.
Dunque, Rispo, come ci si sente con trent’anni di «Un posto al sole» sulle spalle?
«Benissimo. E poi quest’anno festeggio anche i miei 70 anni di età che cadono la notte tra il 25 e il 26 agosto, non per nulla mi chiamo Patrizio come la santa che si festeggia il 25, e pure 50 anni di carriera. Tutte date con il 6 finale: 1956, 1976 e 1996».
Un successo premiato anche con i Nastri d’argento.
«Premio prestigiosissimo, tra l’altro conferito a Napoli dove c’è il nostro set. È un riconoscimento a quello che appare un prodotto semplice, invece è complicato, come il messaggio che stiamo portando avanti da decenni».
Un messaggio positivo, sia nel contenuto sia come esempio di produzione industriale.
«Quasi un miracolo: stiamo sul set 300 giorni l’anno. Ormai la soap non è più solo un prodotto televisivo, ma viene percepita dagli spettatori come una vita parallela: seguiamo il ritmo delle stagioni, andiamo pure in vacanza con loro».
Avete un pubblico affezionato che continua di generazione in generazione.
«La gente mi ferma per strada, mi parla come a un parente, mi chiamano Raffaele, non Patrizio. Vivo di più con la mia famiglia di Un posto al sole che con quella reale. C’è un legame pazzesco con le persone e questo ci consente di essere di esempio, di fornire una speranza anche quando raccontiamo i drammi più brutti. Li affrontiamo tutti: dalla droga, alla disoccupazione, alla mancanza di case, all’immigrazione, alla violenza».
Non è stanco di recitare sempre lo stesso ruolo da 30 anni?
«A parte che nella mia carriera ho lavorato tanto anche in teatro, al cinema e in tv, cerco di dare al mio personaggio sfumature diverse. E poi riusciamo anche a volare nel tempo, abbiamo fatto episodi in costume, ci divertiamo a trasformarci. Io sono un irrequieto, proprio per questo ho fatto l’attore, in modo da poter vivere tante vite diverse. E comunque devo solo ringraziare Un posto al sole perché mi ha cambiato la vita, mi ha dato la fama».
Quando hanno provato a spostarvi di orario e mettervi al pomeriggio, c’è stata una insurrezione popolare...
«Oltre al pubblico, sono scesi in campo in nostra difesa sociologi, psicologi, critici. Eravamo sempre stati considerati un prodotto leggero, quasi da snobbare: in quel momento si è capita ancora di più l’importanza della nostra soap».
Tanto che Whoopi Goldberg ha voluto partecipare all’ultima stagione. Com’è stato lavorare con lei?
«Praticamente affinità elettive: ci siamo capiti subito, lei si è messa in gioco, ci siamo divertiti. L’ho conosciuta a un matrimonio e le ho parlato della soap, in seguito mi ha contattato dicendomi che voleva recitare con noi perché le piaceva molto, i dirigenti Rai quasi non ci credevano...».
Avete milioni di spettatori nel mondo
«Mi riconoscono pure in America o in Cina. So di persone che imparano l’italiano guardando Un posto al sole e che hanno conosciuto così Napoli».
La serie nacque da un’idea di Giovanni Minoli, per contribuire a una immagine diversa della città.
«Infatti, siamo stati un veicolo per far conoscere anche un’altra Napoli, non quella del degrado, della violenza. Quando mi chiamarono per la soap, da tempo vivevo a Roma: sono tornato proprio con il desiderio di partecipare alla rinascita».
Qual è la cosa più assurda che le è capitata in tutti questi anni?
«Una volta ero a un funerale di un parente, un signore mi chiese di fare un selfie... eravamo nella camera ardente! Lo stesso mi successe quando fui operato: dopo nove ore di intervento ero distrutto, nel corridoio dell’ospedale un altro paziente mi fa: Ehi, Patrizio, possiamo fare una foto?».
Dove finisce Patrizio e dove comincia Raffaele?
«Lo vorrei sapere pure io! Infatti mi definisco un sano bipolare, perché sono il frutto dei 30 anni di quello che ero e quello che sono diventato. Sono metà Raffaele e metà Patrizio, non li lascio più nessuno dei due».
Non le capita di ragionare come Raffaele?
«O forse Raffaele a volte ragiona come me: Patrizio è molto più complesso di Raffaele, ha umori molto più cupi, una vita interiore piena. La gente chiedendomi di essere Raffaele mi alleggerisce le giornate».
Ma Raffaele, il portinaio, andrà mai in pensione?
«Sono due anni che minacciano di mandarlo in pensione, mi stanno esaurendo! Per ora non ci va, ma prima o poi magari farà come gli umarell, quelli che vanno a guardare i cantieri».
E Patrizio andrà in pensione?
«Mah... vedremo: prima devo interpretare tutti quei ruoli che in trent’anni di Un posto al sole non ho potuto fare».
