Leggi il settimanale
Aggiornato alle ore 06:13
TV

Quei millennials con la fame di trascendenza

Esiste un pubblico che aspetta di vedere raccontata una vita indirizzata a qualcosa di più alto di sé, e lo aspetta da tempo

Presentazione del film e del documentario sulla vita di San Carlo Acutis Milano - Italia - Cronaca Mercoledì, 23 Luglio, 2026 (Foto di Marco Ottico/Lapresse) Presentation of the film and documentary on the life of San Carlo Acutis Milan - Italy - News Wednesday, 23 July, 2026 (Photo by Marco Ottico/Lapresse)

Un ragazzo in felpa e sneakers ha riportato il sacro in prima serata. Il film su Acutis, Il mio nome è Carlo, andato in onda su Canale 5 domenica scorsa, è stato seguito da 4.269.000 spettatori con il 29,6% di share. Una percentuale nella quale si «nasconde» una quota rilevante di pubblico giovane, tra i 15 e i 34 anni. Il successo del «santo di internet» dice qualcosa che i palinsesti hanno intuito solo a metà: esiste un pubblico che aspetta di vedere raccontata una vita indirizzata a qualcosa di più alto di sé, e lo aspetta da tempo. Non a caso, prima di san Carlo Acutis, altri santi più «celebrati» hanno vinto la gara degli ascolti. E Acutis non è neppure il santo più giovane, Maria Goretti, per fare un esempio, morì a 11 anni. Però Acutis è un caso a parte perché è un santo che somiglia ai suoi coetanei, e i suoi coetanei sono i nostri figli, che ci hanno sorpresi, riconoscendosi in questo ragazzo. Acutis non era un eremita né un predicatore: giocava alla PlayStation (con giudizio) e programmava siti. Oggi si pensa all’identità come a qualcosa che ciascuno costruisce da sé, scegliendo come apparire e cosa pubblicare. Si cerca la misura del proprio valore dal numero di follower sui social media, la pattumiera di internet. Acutis non si chiedeva «chi voglio sembrare?» ma «a chi appartengo?». La risposta l’aveva trovata nella fede e sulla fede aveva ordinato la sua giornata, a cominciare dalla messa. Se milioni di spettatori si riconoscono in un quindicenne che preferiva l’Eucaristia a TikTok, significa che la domanda di trascendenza non è affatto scomparsa dal nostro mondo materialista: è rimasta senza interlocutori. La televisione la scopre a cose fatte, con lo stupore di chi trova un tesoro in cantina. Ma anche la Chiesa, a volte, sembra più impegnata a parlare la lingua del secolo che a offrire al secolo ciò che il secolo non possiede. Dal pulpito si inseguono i temi del giorno, come se la predica fosse una variante dei talk show, la pattumiera della televisione. Tocca a un ragazzo cresciuto tra i computer ricordare che la gente, ogni tanto, ha fame d’altro, ha bisogno di capire quale mistero si celi nel fondo della propria anima. Il santo millennial non chiede di essere aggiornato. Chiede di essere preso sul serio.