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La preghiera di un umile telespettatore

Una liturgia in cui il sommo conduttore ci spieghi, finalmente, come la foto dell’autogrill quel sacro reperto dello Stato sia giunta immacolata nel suo santuario

E i bombaroli ammettono: dovevamo solo fare scena

O sommi custodi del palinsesto, ascoltate la preghiera di un umile devoto: non scacciate il profeta Sigfrido dal suo altare catodico. Sarebbe un sacrilegio privarci della sua guida mistica, proprio ora che il labirinto di spie, apparati e verità negate si fa più fitto. Resti, vi supplico. Ma non per le ragioni di un tempo. Resti per un atto di carità suprema: vogliamo un’ultima, estatica inchiesta. Una liturgia in cui il sommo conduttore ci spieghi, finalmente, come la foto dell’autogrill quel sacro reperto dello Stato sia giunta immacolata nel suo santuario. Ci illumini sul mistero di Valter, il martire di Rebibbia: quell’aggressione in carcere, il pestaggio rituale ordinato per zittirlo, per impedirgli di «scaricare» i suoi complici. Perché proprio lui è finito nel tritacarne, mentre le ombre dei servizi aleggiavano sulla scena? Svelateci, Sigfrido, il legame arcano tra la vostra redazione e le stanze dove si decidono le operazioni del Paese. Resti finché la Procura di Roma non avrà scritto la parola «fine». Solo allora potremo dire di aver contemplato il volto puro della nostra tv. Sigfrido resti, per il bene della nostra necessaria, suprema incredulità.

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