Ultimatum Nato al raìs: e adesso Obama vuol portarci in guerra

Aerei sui cieli libici, Londra e Parigi preparano la no fly zone. Il Colonnello ai ribelli su Al Jazeera: "Pronto a dimettermi". Poi la smentita

Ultimatum Nato al raìs: e adesso Obama vuol portarci in guerra

Bengasi - I pick-up carichi di giovani armati continuano a sfrecciare sulla strada del deserto che da Bengasi porta al fronte, nella cittadina di Ras Lanuf. Dall'altra parte, intere famiglie fuggono a Est. L'avanzata dei ribelli libici verso Sirte, roccaforte di Moammar Gheddafi, ha subìto ieri un arresto. Gli aerei da guerra hanno bombardato il centro petrolifero di Ras Lanuf, non colpendo però obiettivi rilevanti. Le forze governative mantengono il controllo del villaggio di Ben Jawad, a 45 chilometri da Ras Lanuf.

Si combatte ancora nella terza città del Paese, Misurata, dove è impossibile capire quante sono le vittime, tra cui ci sarebbero molti civili. I ribelli rispondono alla controffensiva con armi leggere. Da giorni, i vertici militari e politici a Bengasi chiedono una no fly zone, capace di impedire il decollo agli aerei da guerra del governo. Fonti del Palazzo di Vetro hanno reso noto ieri che Francia e Gran Bretagna starebbero lavorando a una bozza di risoluzione da proporre al Consiglio di Sicurezza proprio sulla no fly zone libica.

Nelle cancellerie internazionali i diplomatici cercano di trovare soluzioni alla crisi e dall'Alleanza atlantica è arrivato un ultimatum: «Stop con gli attacchi contro i civili. Non rimarremo a guardare», ha detto il segretario generale Anders Fogh Rasmussen, che ha poi aggiunto: «Sia chiaro, non abbiamo nessuna intenzione di intervenire in Libia».

Intanto però aerei da ricognizione Awacs della Nato hanno iniziato a sorvegliare i cieli libici 24 ore su 24. Al tribunale di Bengasi, quartiere generale dell'opposizione libica, i muri sono ricoperti di slogan e vignette anti-Gheddafi, ma anche di frasi contro un intervento militare straniero nel Paese: «La Libia può fare da sola», è scritto in pennarello su un lungo striscione.

Da giorni la comunità internazionale discute su come evitare che il Paese finisca in una prolungata guerra civile. Il presidente americano Obama ha detto ieri che l'opzione militare non è esclusa. Ma la Russia ha preso le distanze: Mosca «è contraria a intervenire», ha risposto il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov. Un veto al Consiglio di sicurezza potrebbe paralizzare ogni intervento.
A est, nel territorio controllato dai ribelli si inizia a costruire lo scheletro di un'amministrazione statale. Il Consiglio nazionale libico ha nominato degli «ambasciatori». Secondo fonti della stampa internazionale, il governo avrebbe contattato i ribelli di Bengasi. «Ho sentito la notizia alla tv - ha detto al Giornale Mustafa al Gheriani, portavoce dell'opposizione - la nostra posizione è molto chiara: non negozieremo con il governo finché le nostre richieste non saranno soddisfatte. Gheddafi deve andarsene».

Secondo il quotidiano al-Sharq al-Awsat il Colonnello avrebbe dato la disponibilità a lasciare il potere in cambio dell’immunità per sé, la propria famiglia e i propri beni. In serata Al Jazeera rilancia: Gheddafi avrebbe detto ai ribelli a Bengasi «convocate il Parlamento, mi dimetto». Ma l’offerta è stata respinta.

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