“Meglio contestati che irrilevanti”. Per il cardinale Camillo Ruini questo era il motto che affiancava quello episcopale, “Veritas liberabit nos”. E così, fino all’ultimo, ci ha tenuto a dire la sua anche sulla politica italiana, preferendo essere contestato piuttosto che irrilevante.
Tra i suoi ultimi interventi pubblici c'è stata l'intervista concessa al nostro giornale a fine gennaio e nella quale ha dato il suo endorsement al Sì per il referendum sulla giustizia. Una decisione che non era piaciuta ad un importante vescovo che se ne era lamentato nel Consiglio permanente della Cei. Ruini lo aveva saputo ma non se ne era rammaricato.
Era la caratteristica peculiare del cosiddetto “ruinismo”: affermare posizioni chiare e univoche ispirate all’insegnamento di sempre della Chiesa su questioni relative all’attualità. Il suo capolavoro politico si ebbe nei referendum sulla fecondazione assistita del 2005, quando prima ancora di sapere la data del voto fece appello ai cattolici a mantenere “la più grande compattezza” e respingere la legge non recandosi alle urne. Il trionfo dell’astensionismo segnò il trionfo di Ruini che diede un’immagine della Chiesa forse più forte di quanto fosse realmente.
In quell’occasione il cardinale divenne l’uomo della Chiesa più odiato dalla sinistra. In particolare dopo lo scontro con l’ex amico Romano Prodi che aveva persino sposato nel 1967. Il professore si dichiarò un “cattolico adulto” per difendere la sua intenzione di disobbedire Cei e andare a votare. La replica della Cei targata Ruini fu durissima: “chi pretende di andare a votare non può dichiararsi un cattolico maturo”. La rottura col centrosinistra non preoccupò più di tanto il cardinale di Sassuolo che non si lamentò per essere divenuto un bersaglio anche in campagne mediatiche. Emblematica fu la sua reazione a Siena nel 2005 quando, contestato da un gruppo di studenti al grido di “vergogna” durante il ritiro di un premio, il prelato commentò la scena parlando di “inattesa e piacevole interruzione”. La reazione di Prodi a quell’episodio lasciò capire quanto fosse ormai profonda tra loro la rottura: si limitò ad un laconico “rammaricato”. Il muro contro muro si verificò anche sui Pacs, i patti di solidarietà tra coppie di fatto proposti dal centrosinistra, che Ruini bollò come incostituzionali.
Poco amato dalla sinistra, Ruini divenne anche oggetto della satira con il tormentone di Luciana Littizzetto che lo sbeffeggiava dal tavolo di Fabio Fazio chiamandolo “Eminence”. Ruini però non si scandalizzava e si sentiva a suo agio ad essere contestato. Tant’è che quel nomignolo venne adottato in casa sua e così gli si rivolgeva la sua segretaria. Ben diverso il rapporto che si stabilì, invece, con Silvio Berlusconi.
Ruini ha confessato di essersi trovato “non di rado in sintonia” con il Cavaliere e non fu d’accordo con la proposta che gli fece l’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro di aiutarlo a far cadere il primo governo Berlusconi.