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Vaticano

Il Leone “politico” spiazza il Campo largo

Tra la visita a Cl e l’udienza a Salvini, i leader di sinistra (più affini a Bergoglio) non si sono ancora abituati allo stile Prevost

Al Meeting Papa Leone XIV quest'anno ha partecipato al Meeting di Rimini, di fianco a lui Bernhard Scholz, il presidente della Fondazione Meeting per l'amicizia fra i popoli

Quest’anno non sarà il Meeting di Rimini a dettare l’apertura dell’agenda politica, perché la partecipazione del Papa all’edizione in corso è destinata ad anestetizzare questa vocazione. Ma la sua visita dice già molto sul nuovo corso del pontificato anche per ciò che riguarda i rapporti con l’Italia. A differenza di Bergoglio, infatti, al momento dell’elezione Prevost non era un «esordiente» nel Belpaese dove aveva vissuto per anni in periodi diversi della sua vita. Il Papa americano, quindi, conosce bene sia la società sia la politica nostrana e rispetto al suo predecessore è più immune da facili pregiudizi sugli italiani. Conoscendo già di suo cos’è davvero il Meeting, Leone non si è fatto problemi a venire di persona, senza badare alla falsa nomea di evento «amico» di una sola parte politica. La novità del pontificato prevostiano, d’altra parte, è la caduta di ogni veto nei confronti di leader prima osteggiati in Vaticano. Prova evidente fu, circa un anno fa, l’udienza privata concessa a Matteo Salvini. Un onore mai concesso da Francesco in dodici anni nonostante i tentativi fatti ai tempi del governo gialloverde. D’altronde, Francesco ci tenne a precisare nel 2013 di non essere «mai stato di destra». E anche gli esponenti del centrodestra italiano devono essersene accorti. Solo Giorgia Meloni è riuscita a buttare giù quel «muro» grazie a un rapporto personale costruito con Bergoglio dopo essere arrivata a Palazzo Chigi.

Il profilo più equilibrato di Prevost gli ha fatto guadagnare una crescente popolarità fra gli italiani di tutti gli schieramenti. Non dovrà sorprendere, quindi, se sue citazioni o della Magnifica humanitas dovessero trovare spazio nei programmi elettorali e nei discorsi dei leader.

La sinistra, abituata per più di un decennio a utilizzare le frasi a effetto di Francesco non si è ancora abituata allo stile Prevost. Elly Schlein, come abbiamo raccontato a giugno, sogna di costruire un ponte con lui tramite Marco Damilano che sta provando ad accreditarsi in tutti i modi nella curia agostiniana. Mentre Giuseppe Conte sconta ancora la delusione per la mancata elezione di Pietro Parolin a cui lo legava la frequentazione di Villa Nazareth. Tra i militanti del campo largo, invece, prevale la nostalgia bergogliana soprattutto per i toni più netti sulla questione palestinese. Forse è anche per questo, però, che per il centrodestra è più facile sentire Leone come più «vicino». Pochi giorni fa il Pontefice è tornato a chiedere «politiche che rafforzino il matrimonio e le famiglie». Due parole ormai bandite a sinistra. Persino sui migranti, con la dura condanna dei trafficanti e l’invito a rispettare le leggi dei Paesi d’accoglienza, il Papa americano parla una lingua non sgradita a questo governo. Più difficile, invece, si annuncia il rapporto tra Futuro Nazionale e il magistero di Leone. Fatale potrebbe essere stata la scelta di affidare la redazione del programma a Lorenzo Gasperini, uno dei vannacciani presenti ad Econe alla consacrazione illecita dei vescovi lefebvriani che il Papa aveva provato ad evitare «con animo addolorato».

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