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La vita in bianco e nero delle donne d'Italia

Giannone racconta tutto con una prosa solida e che accompagna con una competenza cinematografica che le viene dalla sua giovinezza e anche con qualche modello letterario evidente

La vita in bianco e nero delle donne d'Italia
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Un piccolo paese vicino a Lecce negli anni Sessanta. La luce più brillante di tutto il borgo è quella del proiettore del cinema. Porta in quest'angolo del Salento sogni, immagini di un mondo che cambia e va sempre più veloce. E sono proprio i sogni che irrompono nella vita di quattro sorelle molto diverse tra loro ma che dovranno tutte trovare la propria via per liberarsi dal controllo di un padre, forse non cattivo ma di certo mediocre e testardo, che incarna un modo di essere incapace di adattarsi alla modernità. Ma dentro la pellicola, e non solo, ci sono frammenti di libertà che non possono più essere ignorati e che per le quattro sorelle devono per forza diventare una pellicola intera, una prima visione che porta al futuro.

È questa l'idea guida di Gli anni in bianco e nero (Nord) di Francesca Giannone. Dopo i due bestseller La portalettere e Domani, domani, Giannone prosegue nel solco tracciato della saga familiare, ben radicata nella storia sociale italiana con protagoniste femminili e uno sguardo attento ai mutamenti del Novecento. In questo caso la forza della narrazione è l'ancoraggio all'immaginario cinematografico. Quattro ragazze che diventeranno quattro donne - Maria, Giovanna, Ada e Mimì - troveranno la loro strada verso il futuro, allontanandosi progressivamente dal modello familiare, con l'amorevole mamma sartina e l'ingombrante padre padrone. Ognuna in un modo diverso. Ma sarà soprattutto l'occhio di Mimì, la più piccola che sgattaiola dentro il cinema anche quando il padre glielo vieta, a dettare le inquadrature del libro. Sarà il suo sogno di diventare regista, perseguito con testarda coerenza a dare il tono della narrazione. Una narrazione che piano piano passa dal bianco e nero al colore della modernità, non senza le crisi e lisi che le donne di quell'epoca hanno dovuto affrontare in pieno, e senza sconti.

Giannone racconta tutto con una prosa solida e che accompagna con una competenza cinematografica che le viene dalla sua giovinezza - ha studiato al Centro sperimentale di cinematografia a Roma - e anche con qualche modello letterario evidente. Difficile guardare le quattro sorelle senza pensare ai romanzi della serie Piccole donne di Louisa May Alcott. Ovviamente qui c'è tutta un'altra modernità, ma resta l'emotività del legame che c'è tra donne in lotta per essere se stesse.

Il risultato è un romanzo molto classico, dove la cosa dirompente è raccontare un pezzo di Storia d'Italia in una sciarada dove ci sono le cattiverie di paese, le minigonne colorate, i Beatles da sentire a Milano, gli amori e il sesso che sfidano il senso comune e la tirannia dei ben pensanti, l'idea di un atelier, la fabbrica come emancipazione, il sogno di una vita piena di musica, le

cinghiate di chi non può capire... Insomma c'è l'Italia come è stata. E ci sono cento film a raccontarla assieme alla Giannone e alle sue ragazze. Perché quando una cinepresa ha un'anima allora film, vita e romanzo si toccano.

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