Quelle trame Davigo-Grillo per estromettere Berlusconi

Tre incontri con l'ex pm per ideare l'emendamento che vieterebbe al Cavaliere di rimanere capo politico

Quelle trame Davigo-Grillo per estromettere Berlusconi

Piercamillo Davigo è un uomo d'ingegno e infatti non perde occasione per ricordare: «I magistrati non possono far politica, non la sanno fare». Solo che poi dimentica quello che dice a verbale e ascolta la voce del suo Io interiore. È un quarto di secolo che uno degli eroi del pool di Mani Pulite continua a far politica. Lasciata la guida dell'Associazione Nazionale Magistrati e tornato in Cassazione, Davigo corre da un convegno all'altro, passa dalla festa del Fatto Quotidiano (dove ovviamente ribadisce il concetto che i magistrati non sanno fare politica), quindi incontra il leader del movimento che gli piace di più, i Cinque Stelle di Beppe Grillo. «Tre incontri nelle ultime tre settimane», trapela dall'entourage grillino. Tre incontri per mettere definitivamente a punto la regola «ammazza-Berlusconi». Un emendamento al rispolverato Rosatellum che dice: «Chi è incandidabile non potrà essere il capo politico di una coalizione». Così l'insidia Berlusconi sembra neutralizzata con un emendamento ad personam, alla faccia della decisione della Grande Chambre della Corte dei diritti dell'uomo, che si dovrebbe pronunciare entro il 22 novembre sul ricorso presentato dai legali dell'ex premier.

L'ultima variante in commercio dell'«ammazza-Berlusconi» arriva da un'idea nata qualche settimana fa e ha iniziato a prendere forma quando sono uscite le regole, tutte nuove, per trovare il candidato premier. C'era il palese tentativo, ovviamente riuscito, di «blindare» l'elezione dell'indagato Di Maio. Ma c'era anche dell'altro, perché il nuovo testo sentenziava: chi vincerà la consultazione on-line diventerà subito nuovo capo del partito. Una definizione in apparenza quasi anacronistica, per alcuni vuota di un vero significato e capace solo di irritare la fronda grillina contraria all'ascesa di Di Maio. Storie, ora quella precisazione rende ancor più chiaro il progetto nato dalla coppia Davigo-Grillo: «sostituire» il capo politico del M5s. Perché, in base all'emendamento presentato due giorni fa, anche il comico genovese non potrebbe guidare il Movimento. Impossibile per chi, come lui, è stato condannato in via definitiva. Lo ha già fatto? Vero, ma ora non più, così come in passato Grillo non era stato candidato, per non violare apertamente i paletti della legge Severino. Adesso, con il solito tempismo, il leader comico ha lanciato la «rivoluzione d'ottobre», vuol far sapere che tutto il potere è nella mani di «Giggino», mentre lui farà ancora una volta un passo di lato, per poi sostenere commosso «che non lascerà mai», ma cercando in verità di smarcarsi.

Ed è tutto uno smarcarsi, giusto per restare sempre in campo, ma nelle posizioni ogni volta più congeniali alle proprie aspirazioni politiche. Vale per Grillo, certo. Ma potrebbe anche valere per Davigo.

Lui, o chi per lui, aveva cullato il sogno che qualcuno lo investisse dell'ingrato compito di diventare il candidato premier a Cinque Stelle. Il gioco sarebbe valso la candela: anche se un magistrato non sa fare politica potrebbe sempre imparare, soprattutto se in palio c'è la possibilità di governare l'Italia. Solo che nessuno ha chiesto alla toga di diventare premier, perché era già tutto apparecchiato per servire Di Maio. Pazienza, resterebbe viva l'ipotesi di una futura nomina a ministro di Giustizia, magari dirottando il collega Nino Di Matteo all'Interno. Ipotesi, per ora.

Perché tra tanti concorrenti, alla fine Davigo potrebbe spiccare il volo. Diventando per i Cinque Stelle il candidato ideale per la presidenza della Repubblica. Passando da Tangentopoli al Quirinale, grazie a una marcia lunga 25 anni. E un percorso alternativo davvero ingegnoso.

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