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“Piano Jindal? Una bomba sociale pronta ad abbattersi sull’ex Ilva”

Il nuovo segretario generale della Uilm, Davide Sperti: “Qualcuno si prenda la responsabilità di dire come stanno le cose a Taranto. Esistono potenziali progetti diversi dall’acciaieria per dare un futuro ai lavoratori”

Ilva cambia pelle, produzione addio

Tecnici e osservatori sostengono che sia impossibile mantenere un’acciaieria come quella che è oggi l’ex Ilva con circa 10 mila dipendenti. Si tratta di un modello antieconomico che fa del tutto a pugni con la mission zero-esuberi, priorità in primis dei sindacati.

Davide Sperti, da poco segretario generale della Uilm dopo l’era Palombella, come ne usciamo in vista del vertice del 28 luglio a Roma?

«Noi sappiamo perfettamente che la trasformazione dell’acciaieria è ciclopica e che comporta un ridimensionamento occupazionale. Ma la transizione non può essere fatta sulla pelle delle persone. Se ci sarà un ridimensionamento, bisogna trovare soluzioni alternative».

Come?

«Se esiste un progetto credibile per Ilva, allora si lavora per trovare anche soluzioni alternative di ricollocazione per coloro che non possono farne parte. Le faccio un esempio. Quando fu annunciato il progetto dei 5mila posti di lavoro nel porto, quell’annuncio serviva proprio a dire che, durante la trasformazione dell’acciaieria, ci sarebbe stato inevitabilmente un ridimensionamento occupazionale».

Oggi la situazione è diversa.

«Il problema è proprio questo. Oggi l’acciaieria è pressoché ferma e, contemporaneamente, non esiste nessun progetto alternativo».

Accettereste un ricollocamento degli occupati Ilva su altri progetti?

«Sì, crediamo a una somma di soluzioni. Ricollocazioni, nuovi progetti industriali, strumenti alternativi».

Se dovesse passare il piano Jindal per come lo si conosce oggi?

«Se il Governo ci presenterà quel piano, si assumerà la responsabilità di una bomba sociale. Lo scontro sarà insanabile. E noi, naturalmente, non resteremo fermi».

Cosa intende?

«Faremo tutto quello che servirà per impedire che una vicenda del genere venga scaricata sui lavoratori. Si aprirà uno scontro molto duro. E aggiungo una cosa: non serve a nessuno».

Qual è il messaggio che vorreste far arrivare al Governo alla vigilia dell’incontro.

«Chiediamo chiarezza. E poi di non imboccare una strada che rischia di provocare un disastro».

Quindi questa volta vi aspettate risposte definitive?

«Ci aspettiamo che qualcuno si assuma finalmente la responsabilità di dire la verità. Qualunque essa sia. Perché continuare a rinviare significa soltanto aggravare una situazione insostenibile».

Ma Taranto avrebbe altre possibilità di sviluppo?

«Potenzialmente sì. Ma allo stato attuale no. E voglio essere molto chiaro: se mi dice di lavorare sulle alternative, io le rispondo che avremmo dovuto iniziare a farlo molto tempo fa. Noi siamo prontissimi a discutere di progetti diversi dall’acciaieria, ma devono essere progetti veri».

Su quali settori puntare?

«Il porto, innanzitutto. Poi il polo logistico dell’eolico offshore. Per anni abbiamo sentito parlare di questi progetti. Ci sono stati annunci, conferenze stampa. Sono stati indicati perfino i finanziamenti. Ma poi non è partito niente, da Taranto sono scappati tutti».

Perché?

«Perché manca chi investe davvero. Manca il soggetto attuatore. Manca chi mette concretamente i soldi. Ed è questo il problema».

Lei è in contatto con le istituzioni locali. Percepisce disponibilità?

«Le tensioni ci sono state e sarebbe inutile negarlo. Questa vicenda è stata alimentata da forti divisioni, da interessi elettorali, da errori politici che hanno aggravato una situazione già complessa».

Oggi il clima è cambiato?

«A parole sì. Il problema è che, quando arriva il momento di assumersi davvero delle responsabilità, ognuno torna a guardare il proprio interesse di parte. Ed è lì che tutto si blocca».

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