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Aziende

Ilva, l’indotto ora protesta: “No ideologia ambientalista”

“L’ambientalismo è diventato un no all’industria”

Crisi Lo stabilimento dell'Ex Ilva a Taranto

«L’ambientalismo è diventato un no all’industria». Nei giorni caldissimi dell’Ilva, con gli altoforni che vanno a spegnersi e i posti di lavoro in bilico, c’è una categoria che rischia più di ogni altre: l’indotto. Tante aziende i cui incassi dipendono completamente dal business dell’acciaieria e per le quali non ci saranno scorciatoie. Non si tratta di aziende nazionali o lontane da Taranto, ma di imprese del territorio che tanto hanno già pagato in passato e che dopo una lunga agonia, per la prima volta, hanno il coraggio di dire ciò che gli enti locali che rappresentano (o dovrebbero rappresentare) tutti i tarantini non hanno mai detto.

«Per una parte del fronte ambientalista, il problema non è mai stata l’acciaieria in sé, ma l’industria in quanto tale. È un pregiudizio ideologico che si traveste da tutela della salute pubblica, ma che nella sostanza rifiuta qualunque prova di miglioramento, ogni investimento e qualsiasi dato che non confermi la tesi di partenza», ha commentato Nicola Convertino, presidente di Aigi, l’associazione delle imprese dell’indotto siderurgico.

«Non è più ambientalismo - ha aggiunto - è anti industrialismo travestito da precauzione. Oggi, infatti, dopo la chiusura dell’area a caldo, la fabbrica in quanto tale è da eliminare. Neanche più la decarbonizzazione va bene».

Una doccia gelata per il sindaco di Taranto Piero Bitetti e per il presidente della Regione Antonio Decaro a cui l’indotto rivolge una domanda più che provocatoria: «Pensiamo davvero che una città di 180.000 abitanti possa vivere di solo turismo?». E così dopo essersi rotto il fronte con Confindustria Taranto (già nel 2023) ora le imprese fanno a pezzi anche quello politico tarantino. Per il Partito democratico grossi guai in vista, l’ambientalismo camuffato sta diventando un vero e proprio un boomerang.

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