C’era una volta la «locomotiva Germania». E questo vale soprattutto per il settore automotive, secondo maggior datore di lavoro. In proposito, il Salone di Francoforte, fino a quando ha tenuto botta (nel 2019, prima della pandemia, l’ultima edizione), ha sempre rappresentato la potenza e la forza dei padroni di casa: Volkswagen, Mercedes-Benz e Bmw per citare solo i costruttori. Ma i tempi sono cambiati e ora la Germania è il simbolo del declino dell’industria automotive europea. Fino al giugno scorso sono andati persi più occupati di qualsiasi altra categoria manifatturiera. A sottolinearlo è l’Ufficio federale di statistica. La forza lavoro nei gruppi dell’auto si è infatti ridotta del 5,8%, ovvero 42.300 dipendenti. È la contrazione più forte tra i principali comparti industriali con la conseguenza che l’occupazione nel settore è precipitata al livello più basso dal 2005. A pagare il conto più salato è la componentistica. Gli occupati nella produzione di motori sono scesi del 6,1%, a 429.200, mentre tra i produttori di componenti e accessori il calo è stato del 7,6%, a 219.500. Le case automobilistiche locali sono sempre più messe sotto pressione dalle dure condizioni in Cina, dalla concorrenza del Dragone nei mercati globali, dagli alti costi di produzione, ma anche a causa delle strategie «green» Ue basate sulla pura ideologia. Volkswagen, Mercedes-Benz e Bmw hanno così ridimensionato le rispettive prospettive dopo i risultati negativi in Cina, il più grande mercato al mondo e dove un tempo era tutto rose e fiori.
Guardando a Volkswagen, dove sono a rischio oltre 100mila posti e quattro impianti avrebbero la sorte segnata, il 25 e 26 agosto il ceo Oliver Blume incontrerà a Wolfsburg, Zwickau ed Emden i lavoratori per fare chiarezza sui piani di riorganizzazione del gruppo, visto anche l’ultimatum arrivato dalla «cassaforte» guidata dagli azionisti Wolfgang Porsche e Hans Michael Piech che ha chiuso il semestre in profondo rosso: 2,2 miliardi.
La Germania, intanto, continua a vendere auto in casa, ma le fabbriche dipendono in larga misura dai mercati esteri: in luglio le esportazioni sono scese del 4%, a 260mila vetture, e a 1,852 milioni da gennaio. Novità, intanto, dal mercato cinese: l’offerta a «Nuova energia» (auto con alimentazioni 100% elettriche e ibride plug-in) ha superato per la prima volta la soglia del 60% delle vendite di nuovi veicoli: a luglio 1,561 milioni di unità, pari al 60,4% delle vendite complessive, mentre le esportazioni sono salite a 553mila auto (+145% sul 2025). Bene le «Nev», dunque, ma sempre debole la domanda che porta i costruttori a cercare sempre più nuovi sbocchi all’estero (l’Europa ne sa qualcosa). L’export, a questo punto, potrebbe raggiungere fino a 10 milioni di veicoli nel 2026, contro meno di 600mila nel 2019.
