Tre partite, 2 di campionato e 1 di coppa, e 3 vittorie. La stagione dell’Al Hilal è cominciata bene. Oggi comincia quella dell’Inter e Simone Inzaghi sarà puntuale davanti sul divano. «Le tv saudite trasmettono solo Premier, Liga e Champions, ma ovviamente mi sono organizzato con le app e quando posso mi vedo tutte le partite di Serie A».
Secondo anno in Arabia Saudita. Sarà anche l’ultimo, visto il contratto in scadenza? E dove si vede Inzaghi nel futuro: di nuovo in Italia o magari in Europa?
«Sono molto dentro al presente, il futuro può aspettare. Qui ho tutto e voglio dare tutto a questo club. L’anno scorso siamo stati l’unica squadra imbattuta al mondo, quest’anno vogliamo alzare nuovi trofei. L’Italia è nel mio cuore, l’Europa sarebbe un grande stimolo. Il mio inglese è migliorato molto, la lingua non sarebbe un ostacolo».
Fosse possibile, delle 217 partite sulla panchina dell’Inter, quale vorrebbe rigiocare?
«La finale di Istanbul, meritavamo di più. Siamo andati vicino a un miracolo sportivo contro la squadra più forte dell’ultimo decennio».
Chi la criticava, sosteneva che lei conoscesse un solo modo per giocare a calcio. Va a Riad e passa subito alla difesa a 4, anzi ci torna, visto che alla Lazio aveva cominciato in quel modo.
«Il sistema dipende dai giocatori che hai, sempre. E le critiche per le sostituzioni dei giocatori ammoniti, allora? Ho cominciato a farle nel 2018, ora mi pare che le facciano quasi tutti. Giocare 10 contro 11 con l’intensità odierna equivale a mezza partita persa, ne ho parlato con molti colleghi e tutti la pensano come me».
A proposito, qual è l’allenatore con cui si confronta di più?
«Ho tanti amici, buona confidenza anche con Guardiola e Luis Enrique, ma ovviamente il rapporto con mio fratello è speciale. Lui guarda le mie partite e io le sue. E poi ci scambiamo le impressioni al telefono. Filippo ha stabilito un grande rapporto con Palermo e con il club. Speriamo che quest’anno ce la faccia».
Inter grande favorita?
«Sulla carta sì, ma poi c’è il campo. e le squadre competitive sono molte, dal Milan, al Napoli, dalla Juventus alla Roma e al Como».
Cosa pensa quando vede che oggi l’Inter può permettersi di prendere 3 calciatori dalla Premier League? Il club non spendeva così tanto dagli anni di Conte. Solo con lei in panchina hanno tirato la cinghia.
«All’Inter ho vissuto 4 anni meravigliosi. Abbiamo vinto 6 trofei, giocato 2 finali di Champions e siamo rimasti sempre competitivi, anche in un periodo nel quale il club doveva essere molto attento sul mercato. La dirigenza è stata bravissima, risanando un bilancio vicino al collasso e a me non hanno mai nascosto nulla. Non ho mai vissuto queste difficoltà come un alibi, sono stati uno stimolo. Abbiamo costruito, fatto crescere giocatori, creato valore e dato all’Inter una mentalità ancora più forte».
L’attuale momento della Lazio che sensazione le suscita?
«Tristezza, spero che si esca presto da questa situazione difficilmente sostenibile. I tifosi che non vanno allo stadio sono i primi a soffrirne. Conosco bene l’ambiente: sono arrivato alla Lazio a 23 anni e ne ho trascorsi lì 22, anche se è stato quasi un caso».
In che senso?
«Nell’estate del ’99, dopo i 15 gol in A col Piacenza, feci le visite mediche al Milan, ma non mi presero perché il dottor Meersseman disse che la mia schiena aveva una predisposizione agli infortuni. Non lo sapevamo, ma purtroppo aveva ragione, visto che a 28 anni già non ero più io, proprio per la schiena. Potevo diventare milanista 2 anni prima di Filippo, invece andai alla Lazio. E vinsi subito lo scudetto, fui capocannoniere in Champions. Le mie soddisfazioni me le sono tolte».
I Mondiali le sono piaciuti?
«Sì, il livello è stato alto. Belli da vedere per i tifosi e anche per un allenatore come me. Grande Spagna, che non ha tradito se stessa nemmeno nelle difficoltà e ha vinto con merito. E Rodri merita un altro Pallone d’Oro, perché è uno che non pensa a fare vedere quanto è bravo, ma a fare giocare meglio la sua squadra».
Nel 2030 tornerà a esserci anche l’Italia?
«Auguriamocelo. Abbiamo il miglior punto di partenza possibile: la passione di una intera nazione, è ora di non disperdere oltre questo patrimonio».
Malagò e Mancini sono le persone giuste?
«Il neopresidente ha tanta esperienza, Roberto è stato mio compagno di squadra e poi mio allenatore. Ha già vinto, sa come si fa, come si crea un gruppo. In un momento delicato, esperienza e serenità possono aiutare molto, per questo credo che anche Ranieri sarà prezioso. Poi però ci sono da fare le riforme, perché il calcio italiano non è solo la Nazionale».
E quindi?
«Serve un lavoro lungo: formazione dei ragazzi, qualità degli allenatori delle giovanili, spazio reale ai ragazzi italiani, dialogo continuo tra federazione e club. Per questo credo che anche il lavoro di Maldini e Leonardo sarebbe stato importante».
Suo figlio Lorenzo, 13 anni, è il bomber dell’Under 15 dell’Al Hilal. La dinastia continuerà?
«Lorenzo è un ragazzo molto determinato. Oggi gioca, si impegna al massimo e soprattutto si diverte. Domani, chissà. Quello che più mi rende orgoglioso è sapere che ci mette il cuore in tutto quello che fa. E vederlo giocare con la maglia col numero 21, il mio numero, è ancora più bello».
