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Calcio

Il volo triste di CR7 scaricato dal suo ct

Contestato in patria per l’ostinazione a volere il posto, quando il ct gli ha detto che non avrebbe giocato, ha lasciato la nazionale con il suo jet privato

Portugal's forward #07 Cristiano Ronaldo arrives for a training session at Parken stadium in Copenhagen, Denmark, on September 30, 2026, on the eve of their Nations League Group A4 match against Denmark. (Photo by Liselotte Sabroe / Ritzau Scanpix / AFP) / Denmark OUT

La panchina contro la Norvegia vissuta come un’umiliazione, le parole del ct Jorge Jesus lette come una condanna. «Decido io chi va in campo». E così Cristiano Ronaldo lascia il ritiro di Copenaghen, dove stasera il Portogallo gioca in Nations League, sale sull’aereo, ovviamente privato, e torna a Madrid, dove ha una delle sue tante residenze. Fine della storia, dopo 234 partite e 146 gol in Nazionale. Uno schiaffo che rimbomba in tutto il mondo, nei giorni in cui l’eterno rivale Messi si avvicina al volontario passo d’addio alla Seleccion.

La favola però era finita da tempo, solo CR7 non voleva ammetterlo, in perenne contrasto con la critica del suo Paese, che già dopo il Mondiale del 2022 gli chiedeva di farsi da parte. Invece ci sono stati ancora un Europeo e un altro Mondiale, e il Portogallo in campo con Ronaldo a fare da tappo alle ambizioni di una delle squadre più dotate di talento. Sempre CR7 più altri 10, per volere del ct spagnolo Roberto Martinez, uno che evidentemente non voleva grane, ma che alla fine, senza risultati, ha perso il posto.

Non così Jorge Jesus, 72 anni e un’infinita serie di titoli, nominato dopo il flop americano, e teoricamente protettore proprio di Ronaldo, di cui lo scorso anno è stato allenatore nell’Al-Nassr. Si disse addirittura che l’aveva scelto lui, per garantirsi il vitalizio in Nazionale. Come non detto. «Ho spiegato a Cristiano che non avrebbe giocato queste due partite, che sarebbe entrato se ce ne fosse stato bisogno». E invece contro la Norvegia non ce n’è stato, perché il milanista Ramos, promosso al posto suo, è stato decisivo, forse il migliore in campo. Anche Modric, 41 anni come CR7, è stato in panchina contro la Spagna, salvo entrare nel finale. Alla loro età, esserci andrebbe letto come un privilegio. Oppure si sta a casa, come ha appena scelto di fare Messi, che pure ha giocato un Mondiale decisamente migliore di CR7 ed è di nuovo nominato fra i 30 concorrenti al Pallone d’Oro.

La carriera di Ronaldo resta enorme, unica a suo modo, fatta di trionfi di squadra (5 in Champions League su tutti) e personali (5 Palloni d’Oro). Proprio nei primi giorni del ritiro in Nazionale, confessava ancora pubblicamente di avere «l’obiettivo di arrivare a 1.000 gol», lui che adesso, contando di qua e di là è a 21 reti dal traguardo. «Potrò giocare anche fra 10 anni», sottolineava un po’ smargiasso. Gli restano l’Al-Nassr e il calcio arabo, che da 4 anni si fa bastare, insieme ai 200 milioni a stagione che gli passano i sauditi.

Quello di non sapersi fermare al momento opportuno o di ripresentarsi all’agonismo in tarda età è un vizio di parecchi campioni, uomini di sport, sicuramente innamorati di quello che hanno sempre fatto, ma forse anche un po’ timorosi di fare altro. È un album di leggende, in cui ci sono anche le figurine di due fenomeni come Valentino Rossi, eterno Peter Pan a 300 all’ora, ma impotente nel superare la barriera dell’età, e Michael Schumacher, risalito sulla Mercedes in F1, 4 anni dopo essere sceso dalla Rossa. Visse due grigie stagioni da spalla, sempre battuto, del giovane Nico Rosberg. E poi l’infinito Michael Jordan passato dagli anelli di Chicago al baseball e poi tristemente di nuovo al basket, a Washington. Nel calcio, c’era invece anche qualcosa di romantico nella scelta di Buffon di non mollare fino a 45 anni, tornando a Parma, in Serie B, là dove tutto era cominciato quando di anni ne aveva 16.

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