Dopo il ’94, buio totale non sappiamo parlare di noi

Gli ultimi quindici anni della destra sembrano non esistere nei seggi. Si vede solo una produzione intellettuale rapsodica, ispirata al tempo che fu

Dopo il ’94, buio totale non sappiamo parlare di noi

Un dibattito non fa mai bobina indietro quando viene innescato. Saran piene le estati dei giornali, come dice Pietrangelo Buttafuoco, di articolesse sull’identità della destra che si perde, si strazia o si rinnova, ma il punto d’attacco è sempre alla fine e mai all’inizio. E il mio punto d’attacco nasce dalla richiesta di recensire un libro di Adalberto Baldoni dedicato alla storia della destra, sfornato da poco per Vallecchi. L’avevo letto, quel libro, e avevo già notato la strana differenza tra le pagine dedicate alle vicende della destra politica e culturale fino al 1994, sviscerate con passione professionale, e quelle che partono nel momento in cui il Movimento sociale rinnova (o mutila, o tradisce, o sublima, fate voi) la sua identità in Alleanza nazionale, liquidate sembra come un sottoprodotto di tutto quello che è accaduto prima, di ben altra valenza e spessore politico, culturale e anche antropologico.

Eppure il processo di costituzionalizzazione della destra - termine più corretto dell’orribile «sdoganamento» - l’affermazione di un partito e della sua leadership, il percorso di chi faceva attività politica o culturale a destra negli anni dell’«opposizione al sistema» e si ritrova a conquistare postazioni di governo o maggior peso culturale o mediatico sono eventi importanti, a parte l’opinione che se ne dà, per la storia italiana, che dovrebbero interessare chiunque si occupa di analisi politica (e non solo chi scrive, che ha scelto di abbandonare l’attività politica dodici anni fa per dedicarsi al lavoro giornalistico e culturale).

E subito la mosca m’è balzata al naso sotto forma di una teoria di domande e valutazioni più ampia, frutto pure di una chiacchierata precedente con Piero Ignazi, che ho buttato giù in forma problematica e tutt’altro che trionfalistica o pragmatistica. Schematicamente, ho tirato giù una valutazione di genere politologico e una di taglio generazionale. La prima osservazione è una domanda: perché da più di dieci anni nessuno abbia pensato di scrivere un’analisi seria, rigorosa, approfondita, di taglio storico e politologico, sulle vicende della destra politica - e certo, del Msi che diventa An, ché altre destre dotate di consenso in Italia non se ne sono viste - che nel 1994 per la prima volta va al governo fino a quando, oggi, la nascita del Popolo della libertà è forse cominciamento di un’altra fase politica. Di più: molti di coloro che hanno avuto a che fare con questo ambiente culturale e politico e recentemente si sono occupati di destra (e ho citato qualche nome comunque di gran levatura culturale), hanno prodotto - legittimamente - analisi rapsodiche e parziali, ispirate a nostalgia, risentimento o disprezzo. Il che appare in buona misura confermato dalle risposte al mio articolo, che non danno scampo.

Solinas accusa la destra di essere ideologicamente pasticciata, Buttafuoco di aver buttato a mare un patrimonio di uomini salvato solo dalla Sim di Maurizio Gasparri (ci sto anch’io in quella Sim, e difatti il commento più divertente al mio pezzo è arrivato proprio da un suo sms). La mia domanda però era un’altra.

La seconda osservazione è motivata dal fatto che, forse perché gran parte di quelli che si sono occupati in forma politologica o narrativa della destra ha cuore e radici negli anni ’70 o al massimo negli Ottanta, tutto ciò che in chiave prima culturale che politica è stato prodotto dal 1994 in poi di solito viene ignorato. Però, piaccia o no, oltre all’Italia settimanale negli anni ’90 nascono riviste, da Area a Charta minuta, che producono analisi importanti, gli spazi di intervento intellettuale si allargano, le idee «da destra» vengono messe alla prova e non sempre danno buoni esiti: significa essere ottimisti o trionfalistici ammettere che quel lavoro culturale è stato fatto, fallimenti compresi? Non mi pare. Ma l’esempio delle aggregazioni giovanili è ancora più eclatante, e in questo confortano i tanti riscontri positivi ricevuti dal mio intervento, compresa la destra arrabbiatissima di Elena Donazzan o esistenziale di Massimo Rossi.
Pochi anni fa le liste di destra hanno sbancato nelle scuole, fatto storico dopo quarant’anni, ma pochi se ne sono accorti. Ancora: mentre i campi Hobbit degli anni ’70 vengono, giustamente, celebrati come tappa fondamentale per il mondo giovanile di destra, altre esperienze di aggregazione generale e innovazione culturale degli anni ’90 mai hanno trovato la dignità di una notarella a piè di pagina, neppure per criticarle e pure ferocemente (a uno di quegli eventi, era il 1998, Solinas è stato invitato.

Buttafuoco invece ha dato forfeit cinque minuti prima, forse per questo non se ne ricorda). A questo punto, a domande un poco inevase, c’è conferma che serve urgente un libro sulla destra negli ultimi quindici anni. Così, l’estate prossima ci sarà materiale più sodo per mandare avanti la bobina.

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