Addio «made in Aleppo» Il sapone cambia patria

Nel Paese distrutto si è persa questa tradizione secolare. Ma una spagnola la esporta in Turchia

Luigi Guelpa

Valentino è saldamente nelle mani del fondo Qatar Mayhoola; la Kering, padrone del lusso mondiale, ha in scuderia un campione di peso come Gucci; la leggendaria Lotus, di britannico ha solo più le origini, oggi è radicata a Kuala Lumpur, e da qualche settimana il sapone di Aleppo è di Madrid. È il dazio che si paga al processo inesorabile della globalizzazione, che cannibalizza e omologa qualsiasi prodotto a ritmi frenetici. Sui libri di storia siriana si legge ancora oggi che Aleppo profuma di sapone, ha la consistenza della seta e il suono del suo suk. Sensazioni che la guerra per fortuna non ha potuto cancellare, mentre invece è sparito il simbolo per eccellenza. Il sapone manterrà intatti benefici e profumazione, ma non sarà più prodotto in Siria, è la Spagna ad avere fagocitato il brand.

Dall'inizio del conflitto, otto anni fa, quattro milioni di siriani hanno dovuto lasciare il loro paese portando con sé ciò che potevano, afferrando nelle loro mani anche cultura e storia. Per Aleppo le tradizioni sono racchiuse in quel sapone che i suoi abitanti hanno confezionato nello stesso modo per centinaia di anni. Prima della guerra si stima che vi fossero quasi duecento tra fabbriche e laboratori, oggi ne sono rimasti due. Coloro che hanno dovuto fuggire a causa del conflitto combattono per l'emblema di Aleppo con ogni forza, per continuare a rendere il caratteristico sapone dal colore verde intenso un simbolo di continuità. In Francia, Zeina, una donna sfollata nata ad Aleppo, il cui nonno possedeva una fabbrica, ha avviato Al Bara, una società che importa prodotti cosmetici dalle fabbriche che sono sopravvissute nella città siriana. Walid viene da una famiglia di imprenditori e nel suo paese gestiva con lo zio una fabbrica di sapone che arrivava a produrre 800 tonnellate l'anno (delle quali la metà di tipo biologico). Una fabbrica che impiegava, nei vari periodi dell'anno, poco meno di venti persone. Oggi vive a Ottawa, in Canada, dove ha aperto un negozio che vende il celebre sapone con accettabili riscontri economici. Sono però tentativi isolati di piccoli artigiani che, a distanza di sicurezza dalla guerra, provano a mantenere intatto il cordone ombelicale con la terra di origine.

C'è però anche chi è andato ben oltre l'aspetto affettivo e romantico, fiutando il business. È l'azienda spagnola Letizia Buzon, che ha aperto uno stabilimento nella città turca di Gaziantep, a soli 50 chilometri da Aleppo. Attualmente nel progetto sono coinvolte una sessantina di famiglie di rifugiati. Gaziantep è un punto di partenza, ma l'approdo naturale sembra essere Madrid. «Abbiamo voluto impiegare alcune famiglie destinate a rimanere lontane dal loro Paese per molti anni, cercando così di scongiurare la scomparsa di una tradizione artigianale secolare», spiega Letizia Buzon, Ceo dell'azienda che porta il suo nome. In realtà la manodopera è siriana, ma il vero affare transita da un accordo sottoscritto tra i governi di Istanbul e Madrid. La provincia in cui sorge la fabbrica, tristemente famosa per il passaggio di jihadisti europei verso il Califfato di Al Baghdadi, accoglie 325mila rifugiati. Lo stabilimento è distribuito su due piani, ma entro la primavera ne verranno edificati altri cinque per sviluppare il settore della formazione, dove giovani artigiani spagnoli impareranno a confezionare il prodotto, «rubare» i trucchi del mestiere, e ispanizzare il sapone.

Di fronte allo «scippo» iberico c'è qualcuno in Siria che non si è perso d'animo, percorrendo una nuova strada commerciale. Alcuni laboratori di Aleppo si sono riconvertiti nella confezione di biancheria intima. Afrah Zubromawi, 31 anni, che per parecchio tempo ha messo a disposizione il suo talento con ago e filo, ha colto la palla al balzo. La guerra ha messo in ginocchio marchi come Flora, Al Arouss, Yasmin e 555, griffe conosciutissime a quelle latitudini, indossate nei clip musicali da Pascala Machalani o Nancy Ajram, le Rihanna e le Britney Spears dei paesi del petrolio. È un mercato in controtendenza, una risorsa quasi inaspettata per un paese a pezzi, ma a volte ingegno e un po' di fortuna possono far gridare al miracolo. «Dobbiamo ringraziare Sheikha Mozah, la moglie dell'emiro del Qatar Khalifa Al Thani. È stata insignita da alcune riviste di moda come la donna più elegante del Medio Oriente». Nonostante una certa forma di oscurantismo, che non risparmia neppure il moderno Qatar, Sheikha Mozah ha raccontato nel corso dell'intervista di ritenere l'intimo di produzione siriana il migliore al mondo. Un'affermazione che ha provocato una decisa impennata commerciale. «Abbiamo riconvertito alcuni laboratori saponieri in sartorie. All'inizio c'era parecchio scetticismo, soprattutto tra le giovani operaie e sarte che ho coinvolto nel progetto, ma oggi i risultati sono tangibili. Nonostante la situazione di crisi non è difficile trovare le stoffe e per l'esportazione ci affidiamo a corrieri improvvisati, ma assolutamente efficienti, gli stessi che un tempo portavano il sapone da una parte all'altra del Paese», ricorda Afrah. La lingerie fresca di confezione viene caricata su camion che raggiungono i depositi di Busra, a pochi chilometri dal confine con la Giordania. Qui la merce viene stoccata, trasferita ad Amman per essere poi recapitata in tutti i paesi mediorientali e alimentare rendez vous da mille e una notte.

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