Adozioni, la Cassazione dice no alla scelta razziale

Per adottare bisogna essere dei super-genitori. Non basta proporsi come una coppia desiderosa di aiutare un bambino sfortunato, orfano o abusato. Serve anche una sensibilità che va oltre il colore della sua pelle, della sua razza, delle sue abitudini. Solo una coppia generosa a questo livello merita «in premio» un figlio. Gli altri, quelli che sperano di selezionare il bambino su una specie di catalogo immaginario per sceglierne le caratteristiche ideali, evitino di fare domanda di adozione. D’ora in poi nessun giudice concederà loro il decreto di idoneità perché queste coppie saranno bollate come razziste.
Il messaggio delle Sezioni Unite della Cassazione racchiuso in diciannove pagine di sentenza è chiarissimo. Niente bambini alle coppie di aspiranti genitori che, nelle procedure delle adozioni internazionali, dichiarano davanti al giudice di volere solo minori di determinate etnie. In questi casi, infatti, il magistrato, non solo non deve convalidare i decreti di adozione, ma deve mettere in discussione la capacità stessa della coppia «razzista» a candidarsi per l'adozione. Gli ermellini hanno così messo in guardia qualsiasi tribunale dei minori ad accogliere certe preferenze. Com’era avvenuto in Sicilia dove una coppia aveva ottenuto il decreto d’idoneità in cui erano stati esclusi i bambini neri o di razza asiatica. Quel decreto era stato contestato dall’Aibi, l’Associazione amici dei bambini, che da anni lotta contro queste preferenze.
E la Procura generale di piazza Cavour ne aveva accolto il ricorso chiedendo alle Sezioni unite che fossero messi al bando dal nostro ordinamento i decreti contenenti indicazioni sull'etnia dei minori. Un invito raccolto dalla Suprema corte. «Tutti i bambini abbandonati hanno alle spalle una storia già profondamente tormentata» scrivono i giudici «e, ancor più degli altri bimbi, necessitano di papà e mamme con peculiari doti di sensibilità». Dunque vanno scartate le coppie che esprimono preferenze per «determinate caratteristiche genetiche» del bambino che vorrebbero.
Chi non si adegua alle regole deve rinunciare a essere un genitore? Le Sezioni unite aprono uno spiraglio e si appellano ai servizi sociali affinché diano una formazione adeguata alle coppie per guidarle verso «una più profonda consapevolezza del carattere solidaristico, e non egoistico dell'adozione».
Con il sostegno psicologico «si possono aiutare le coppie a superare le difficoltà di accogliere un bimbo che non sia a propria immagine o le paure di quanti dicono "no" al bimbo diverso per il timore di fenomeni di xenofobia che espongano a rischio l’integrazione del minore nell’ambiente sociale e creino in lui problemi di adattamento».
Sagge parole. Ma a volte si scontrano con la dura realtà. Molte coppie ritengono che la pelle scura sia un handicap per il bambino. Come quest’aspirante madre adottiva che confessa a Linda Marmetto della Cifa (ente autorizzato): «Non potrei sopportare le domande che mi farebbe la gente all’uscita della scuola. Io non saprei cosa rispondere. Non per me, ma per lui. Meglio zoppo che nero! Non andiamocela a cercare, è un problema in meno». E allora? Si rinuncia a essere genitori? Il consiglio di un esperto del settore è lineare. Le considerazioni «razziste» vanno tenute per sé, semmai pensate e mai espresse chiaramente. Inoltre, basta affidarsi a un ente (ce ne sono settanta) che lavora in Russia e non a uno che lavora in Africa. Proporrà naturalmente bambini affini a quelli europei.

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