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Dal rischio del macello ai trionfi di Parigi (e gli oltre 2mila figli). “Era quasi uno di noi”

Attirò l’attenzione con una squalifica, poi vinse 62 gare su 73, tra cui i Gran Prix d’Amérique ’01 e ’02. Da stallone dette vita a una dinastia 6 milioni

Varenne

È morto Varenne, un uomo chiamato cavallo, talmente amato e rispettato a un certo punto della sua vita, quando vinceva come un grande sportivo (quale in fondo era), che di lui si diceva che gli mancasse solo la parola. E un grande quotidiano sportivo decise di dargliela, facendogli l’unica intervista possibile, quella impossibile.

Varenne è stato il più grande trottatore di tutti i tempi, come garantiscono accigliati gli espertoni di ippica, quegli stessi che ieri avranno versato una lacrimuccia. Aveva 31 anni e il suo cuore ha smesso di battere intorno alle 2 della notte tra lunedì e ieri nel box dell’allevamento LJ di Eboli dove il Capitano si era trasferito nel 2025. «Era assieme a Giovanni racconta il proprietario dell’allevamento Dario De Angelis - che si occupava di lui, quando si è improvvisamente accasciato.

Era da poco rientrato da una passeggiata nel parco, d’estate usciva di notte. Noi lo abbiamo coccolato in ogni modo e siamo onorati di averlo avuto con noi».

Varenne era nato il 19 maggio del 1995 nell’allevamento Zanzalino di Copparo (Ferrara), figlio dello stallone americano Waikiki Beach e della fattrice italiana Ialmaz, e fu battezzato in modo premonitorio con il nome della via dove si trova l’ambasciata italiana a Parigi, rue Varenne, unendo così i due Paesi che avrebbero assistito ai suoi più mirabili trionfi, fu acquistato dall’allenatore e driver francese Jean Pierre Dubois, che a un certo punto sembrava potesse destinarlo al macello per via di un microdistacco osseo in una zampa che poteva azzopparlo in qualsiasi momento. Non accadde. Accadde però che il giorno del suo esordio a Bologna, il 4 aprile 1998, ruppe il passo e, squalificato, dovette far passare avanti gli altri ancora in gara, ma poi recuperò su tutti gli altri a una velocità doppia. Una prestazione che attirò l’attenzione del superstiziosissimo napoletano Enzo Giordano, che lo acquistò per 150 milioni di lire.

La sua vita italiana lo trasformò in un portento: 62 vittorie in 73 gare disputate, altre otto volte sul podio, sei milioni di euro guadagnati, un sodalizio glorioso con l’allenatore finlandese Jori Turja e il driver Giampaolo Minnucci, che lo guidò sempre, salvo la corsa di esordio e due occasioni in cui il driver romano era squalificato. Nel suo palmarès due Grand Prix d’Amérique a Parigi (2001, 2002), il Derby Italiano di trotto di Roma (1998), tre Gran Premi Lotteria d’Agnano (2000, 2001, 2002), due Elitloppet di Stoccolma (2001, 2002), la Breeders Crown nei Meadowlands, in New Jersey.

Successi che Varenne ottenne con spavalderia, quasi avesse il senso dello spettacolo. Velocità, resistenza, agonismo, eleganza. Una stella, un prodigio.

L’ultima sua corsa nel 2002, il 28 settembre, a Montréal, e fu una sconfitta, perché anche le grandi favole non sempre hanno un lieto fine. E perché anche i grandissimi sono alla fine umani, anche se equini. Da quel momento iniziò la seconda vita di Varenne, quella di stallone: il suo sperma gli veniva sottratto meccanicamente (mai una gioia) e venduto a 15mila euro a botta.

Si calcola che abbia avuto almeno 2mila figli, alcuni dei quali sono stati a loro volta ottimi trottatori vincitori di gare internazionali, ma nessuno in grado di avvicinare il suo cursus honorum. Una dinastia con un solo Re Sole. Gli ultimi anni di Varenne sono trascorsi in un sereno buen retiro da cui veniva distolto per qualche comparsata a ricevere gli onori che gli spettavano, vecchia gloria riverita.

«Varenne ha cambiato la vita di tutti noi. Per noi non era semplicemente un cavallo, ma un essere umano», si duole lo storico ex manager Rolando Luzi. Il proprietario Giordano è morto da tempo, ma ora potrà tornare ad accarezzarlo.

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