Varenne è morto a 31 anni e dicono che per un cavallo sono tanti. Non sono d’accordo. Per me sono pochi. Pochissimi.
Trentun anni sono troppo pochi per un genio. E Varenne era un genio, se la parola è concessa anche a chi non parlanon scrive libri e non va in televisione. Forse proprio per questo la merita più di parecchi uomini.
Di lui non mi vengono in mente per primi i record, i premi, i miliardi guadagnati. Mi viene in mente il carattere. La testa. Quella sua maniera di voler vincere. E mi torna in mente la prima volta che lo vidi, quando non aveva ancora tre anni e non era ancora Varenne, almeno per il mondo.
Al debutto, a Bologna, combinò un mezzo disastro. Sbagliò, ruppe, fu squalificato. Ma quando ormai la gara per lui non contava più, negli ultimi 400 metri, partì come una cannonata.
Recuperò sugli altri con una facilità impressionante. Io capii subito che ßc’era qualcosa. Anche Luciano Moggi, mio amico e appassionato di cavalli, ebbe la medesima impressione. Ci facemmo vivi. Volevamo comprarlo. Poi saltò fuori la storia di una zampa, di frammenti d’osso, di radiografie poco rassicuranti.
In sostanza fummo depistati. Mi rode ancora, perché non ci fidammo abbastanza dei nostri occhi.
Varenne fu comprato da chi ebbe più coraggio di noi e il resto lo conoscono persino quelli che non distinguono un trotto da un galoppo. Vinse in Italia, a Parigi, a Stoccolma, in America: 73 corse, 62 vittorie. Ma i numeri spiegano poco. La sua qualità non era solo la velocità. Era veloce, gli altri a un certo punto calavano, lui teneva. E soprattutto voleva.
Questa è la parola: voleva.
I cavalli hanno un’intelligenza, ciascuno la propria, e hanno un carattere. Chi vive con loro lo sa. Varenne possedeva quella tempra agonistica che distingue il fuoriclasse dall’atleta bravissimo.
Succede anche ai calciatori. Ne vedi alcuni in allenamento che fanno meraviglie e la domenica spariscono. Altri, quando arriva la partita, diventano più grandi. Non hanno paura di mostrare ciò che valgono. Varenne apparteneva a questa razza.
Magari avessimo noi uomini un po’ della sua moralità cavallina. Non faceva dichiarazioni, non cercava alibi, non dava la colpa all’arbitro, non pretendeva di essere ciò che non era. Quando arrivava il momento correva. Metteva in gioco tutto quello che aveva: muscoli, polmoni, cervello e volontà. Se perdeva non convocava una conferenza stampa.
Scrissi tanti anni fa che la televisione trascura i cavalli perché non dicono scemenze al microfono, non s’azzuffano, non esibiscono tette e chiappe. Varenne apparteneva a una aristocrazia che non ha bisogno di titoli: quella di chi vale per ciò che fa. Il cavallo corre.
Non promette di correre, non spiega perché correrà domani, non assicura che avrebbe corso meglio se gli altri glielo avessero consentito. Corre.
La genealogia conta, naturalmente. Ma la vita non è un algoritmo. Se bastasse accoppiare due campioni per produrne un terzo, gli allevatori sarebbero tutti miliardari. Invece da genitori straordinari nascono figli normali e qualche volta accade il contrario. Il sangue conta, l’ambiente conta, l’allenamento conta. Poi resta qualcosa che non sappiamo spiegare. Un punto misterioso nel quale un individuo, uomo o cavallo, diventa sé stesso.
Vale persino per le paure. Ho avuto una cavalla, Dalia, figlia di un campione, bravissima nel salto. Eppure aveva terrore di uscire dal box per andare al paddock, tanto che qualche volta bisognava sedarla. Era forte e aveva paura.
Come noi. Gli animali non sono meccanismi. Hanno simpatie, antipatie, timori, preferenze. Un cavallo accetta un uomo e ne respinge un altro. Si fida oppure no. Varenne amava il prato più del box. All’aperto si rigenerava.
Nel 2001, a Solvalla, 35mila svedesi erano accorsi per sostenere il loro Victory Tilly. Varenne gli rimase dietro e negli ultimi 600 metri cominciò a prenderlo. All’ultima curva erano appaiati.
Poi il Capitano se ne andò. Gli svedesi, invece di offendersi, si alzarono e urlarono per lui. Avevano riconosciuto il migliore. Questa è una forma di sovranità che accetto: quella che non si eredita e non si proclama, si conquista. Adesso il Capitano non corre più neanche nei prati. E mi dispiace più di quanto avrei immaginato. Con lui se ne va un pezzetto di un mondo nel quale credo ancora: quello dove il talento non basta, bisogna avere tempra; dove essere forti significa resistere quando gli altri rallentano; dove la libertà non consiste nel sottrarsi alla prova, ma nel dare tutto quando arriva.
Noi uomini abbiamo inventato parecchie morali e siamo riusciti a violarle quasi tutte. Varenne ne aveva una semplicissima: quando c’era da correre, correva; quando c’era da vincere, provava a vincere. Nessuna scusa, nessun piagnisteo. Testa alta e avanti.
Magari ne fossimo capaci.
Forza Varenne. Facci nitrire ancora.
