Anche il re del porno finisce tra i soci del club dei «furbetti»

Colto in fallo. Trattandosi di un pornostar va da sé che si debba giocare con le parole. Lo deve accettare Rocco Tano detto Siffredi nell’arte cinematografica del porno che più porno non si può. Le Fiamme gialle gli stavano addosso, ci risiamo, da un po’ di tempo, essendo venuti a conoscenza che l’ex marinaio di Ortona, di anni quarantacinque, si era trasferito in Ungheria ma teneva dimora a Roma e, secondo alcuni, anche dalle parti di Chieti, terra di famiglia. Sembra, si dice, pare, anzi è accertato che sia l’ultimo grande evasore della Patria. Tano scelse il nome d’arte di Siffredi, dopo aver visto e ammirato il film «Borsalino», tratto dal romanzo bandits à Marseille scritto da Eugène Saccomano, storico giornalista francese. Nel film, diretto da Deray, Delon interpreta il ruolo di Rock Siffredi e il suo socio, Jean-Paul Belmondo, la parte di François Cappella. Resta il mistero, considerata la carriera che avrebbe intrapreso, perché mai il Tano abbia scelto il primo cognome e non il secondo. Ma questi sono i segreti di un artista che non si è fatto negare mai nulla.
Dicono i siffredologi che Rocco abbia interpretato, si fa per dire, mille e trecento film e, aggiunge lui stesso, che sul set avrebbe copulato con un numero di donne che oscilla tra le tremila e le quattromila. Superdotato, sempre secondo letteratura e antropometria, ha fatto faville in ogni dove, esportando il made Italy in un altro senso, anche qui ricasco nel gioco di parole. Ha amato, veramente, due donne prima di sposarsi, è padre di due figli con i quali non ha avuto difficoltà alla voce educazione sessuale. Tra l’altro anche sua moglie, in arte Rosa Caracciolo, all’anagrafe ungherese Rsza Tassi, ha lavorato nello stesso settore e dunque la famiglia non si è disunita per gli impegni cinematografici e affini. Tano Siffredi ha messo da parte i soldi necessari e utili per passare da una vita difficile, marinaio, ristoratore, modello, a quella di pornoattore, giorni faticosi davanti a una macchina da presa, ai riflettori, a registi e datori luce ma in compagnia di femmine di ogni tipo, giacenti, ansimanti, stupefacenti ma anche stupefatte di tanto italiano. Non entro nel merito delle misure che hanno reso famoso, come si usa per le attrici in verità, l’ultima vittima dei finanzieri, tralascio i titoli espliciti e, sessualmente onnicomprensivi, della sua filmografia ma non se ne può trascurare uno, girato nel millenovecentonovantacinque: Marco Polo, la storia mai raccontata. Ora con i ricordi di scuola viene immediato l’aggancio con il Milione, opera saggistica e biografica del veneziano. Le Fiamme gialle hanno fatto due più due, il titolo dell’opera letteraria e l’interprete del film pornografico, ecco che i soldi non denunciati al Fisco, non si sa se trattasi di un milione o meno, hanno creato un guaio grosso a questo artista che non ha mai voluto essere sostituito sul set da una controfigura: «Sarebbe stata la mia fine» ha detto. Va capito, la cronaca diventa leggenda per questo, a sette anni provò la prima pulsione sessuale, a letto arriva a otto ore di prestazione, non si è mai drogato, diventerebbe pazzo se potesse fare l’amore con la Hunziker, la Pivetti, Giorgia e la Gruber, eviterebbe il contatto con la Bindi e la Freddi, ha pensato al suicidio però mai sul serio, odia la politica e i politicanti, non hai fatto ricorso al viagra e ha un’idea forte, aprire una scuola per i futuri Siffredi, un «Cepu» di sesso profondo, esami per avvicinarsi ai reality spinti, tesi di laurea per presentarsi nelle migliori condizioni alla chiamata. Intanto girando un film dietro l’altro il cucuzzolo di Tano Siffredi si è fatto collina e poi montagna. Siffredi ha voluto mettersi al sicuro: «Ogni ventuno giorni mi sottopongo al test sull’aids». Pensava, giustamente, alla salute ma ha sottovalutato il codice, per il libertino adesso la libertà è in pericolo, così il conto in banca. Per il numero uno dei pornostar è un momento difficile. Forse il più duro.