Girava una vignetta satirica, a Parigi allinizio degli anni Ottanta. Lacan, Barthes, Foucault e Lévi-Strauss, tutti e quattro in gonnellino di paglia da «tristi tropici», tutti e quattro a scaldarsi le mani, irresponsabili e sorridenti, intorno al fuoco dello strutturalismo, cioè a quelle fiamme che negli anni successivi avrebbero incenerito e sterilizzato la lussureggiante giungla della cultura umanista. Ne abbiamo parlato con Lucetta Scaraffia, autrice - per Vita e Pensiero, il bimestrale dellUniversità Cattolica del Sacro Cuore - di un articolo critico intitolato: Lévi-Strauss, il trionfo del «pensiero selvaggio».
Da un certo punto di vista, non proprio un titolo positivo.
«In quel titolo ho parlato di trionfo perché Lévi-Strauss, comunque, è stato colui che ha letteralmente inventato lantropologia come scienza, colui che lha resa immensamente di moda. Sullimmediato questo ha portato a un forte sviluppo culturale. Ma a lungo andare, è stato nefasto. Lévi-Strauss ha messo sullo stesso piano il pensiero dei selvaggi e il nostro, tenendo forse più la parte dei primi. Pensava che appartenessero a culture meno contaminate, perché non cristiane. Considerava distruttivo il cristianesimo».
Lévi-Strauss è forse il padre del relativismo?
«Possiamo ben dirlo, sì. Pensava che tutte le culture avessero lo stesso peso. Questo gli ha impedito di cogliere le differenze e di dare quei giudizi di valore che sono fondamentali per compiere delle scelte e avere una morale. Tristi tropici è un grande libro, ma suo malgrado rivela anche tutto il senso di colpa che lOccidente prova, fino a trasformarlo in un rifiuto dellOccidente verso se stesso. Laltro grande luogo comune messo in piedi da Lévi-Strauss è lidea delluomo come parte del regno animale. Questo ha portato alla dimenticanza dellesistenza del divino allinterno di ogni singolo essere umano».
Un tipo piuttosto freddo.
«Lo strutturalismo, di cui lui è certamente il padre, è di per se stesso un metodo freddo e distaccato. Richiede tantissimo materiale per non arrivare mai, in fondo, a una vera interpretazione della realtà, limitandosi a indagarla con lausilio di scienze il più possibili esatte. Rinuncia a cercare il senso profondo delle cose che studia. Anche Lévi-Strauss era così. Nelle interviste evitava sempre quelle grandi domande che impongono alluomo un confronto col senso della vita. Diceva che non gli interessavano. Indagava la funzione dei miti e dei sacrifici, ma mai il loro significato, la domanda di senso, talora disperata, che troviamo dietro di essi».
Leredità di Lévi-Strauss, oggi?
«Rimarrà come un grande scrittore, e come tale è stato pubblicato nella Pléiade.
«Anticristiano, ha inventato il relativismo»
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