È un omaggio bello e gentile quella che la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica diretta da Alberto Barbera ha pensato come evento di preapertura della 83esima edizione, in programma dal 2 al 12 settembre, al Lido di Venezia. Si tratta anche di un gradito ritorno, quello di Tinto Brass nella sua Venezia pur essendo nato a Milano nel 1933, eh sì, ben 93 anni fa. Ecco lo straordinario e poco visto Col cuore in gola del 1967, thriller pop da lui diretto e montato furiosamente (gioca con i cascami della nouvelle vague alternando il bianco e nero al colore ma esagerando con l’uso delle accelerazioni), girato a Londra e interpretato da Jean-Louis Trintignant ed Ewa Aulin. Martedì 1 settembre verrà proiettato in Sala Darsena in versione restaurata digitale 4K grazie al lavoro del Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma con il decisivo supporto di Netflix, speriamo alla presenza del regista sigaro-munito (due sigari al giorno e gelato al cioccolato a pranzo e a cena lo fanno oggi felice) che, per molti mesi, è stato confinato nella sua casa romana di Isola Farnese per una frana sulla strada che non consentiva il passaggio delle auto (aveva scritto pure una bellissima lettera al Presidente della Repubblica grazie alla sua seconda mogie Caterina Varzi, 65 anni, psicoanalista, ex avvocata e ora sua attrice). «Il personaggio che presento nel film diceva il regista all’AdnKronos quasi 70 anni fa è un tale che si innamora di una ragazza anche se la trova di fronte a un cadavere. Egli rinuncia a ogni atteggiamento di prudenza, di convenienza e si getta in questa avventura compromettendosi totalmente. Il film è anche la storia di una delusione, dato che il personaggio immagina la donna come essa non è». Cherchez la femme. Ah, le donne! Già in questo film, che nel 1967 mostra la protagonista spesso nuda (il film fu vietato ai minori di 18 anni per essere poi derubricato nel 2007) e consapevole dominatrice, c’è tutta l’attenzione e la passione per l’universo femmineo che celebrerà più avanti nel suo cinema erotico.
Ma intanto siamo nel suo periodo giovanile più fertile per quanto riguarda la sua vena anarcoide
che proprio non voleva tenere conto della laurea in legge perché nel 1957 era a Parigi a collaborare alla Cinémathèque française del mitologico Henri Langlois, grazie al quale potè fare da assistente a Joris Ivens e Roberto Rossellini. Nel ’63 è già alla Mostra di Venezia dove viene accolto favorevolmente il suo primo film, In capo al mondo poi modificato in Chi lavora è perduto per aggirare la censura che lo perseguiterà per tutta la carriera. Si tratta di un’opera disincantata sulla crisi dei valori della generazione che ha fatto la Resistenza. Forse anche per questo il film è praticamente scomparso dai radar. Arriva poi lo straordinario film di montaggio Ça ira Il fiume della rivolta sugli eventi storici cruciali della prima metà del ’900 con i testi letti da Sandra Milo, Enrico Maria Salerno e Tino Buazzelli. Intanto viene assoldato nel cinema commerciale da Dino De Laurentiis per girare con Alberto Sordi due episodi di La mia signora e Il disco volante ma torna subito all’amata swinging London per girarci Nerosubianco (1969) e Drop-out (1971) non prima di aver diretto il film che lo metterà in rotta di collisione permanente con la censura. Siamo nel 1969 e L’urlo, con Tina Aumont e Gigi Proietti, non passa il nulla osta ministeriale perché il regista si rifiuta di tagliarlo. Quattro mesi dopo Tinto Brass capitola e distrugge sei metri di pellicola eliminando, tra le altre, «la scena del succhiamento mammella» e la frase «Se me lo dai, te la dò». Particolare attenzione dei censori sulla frase «quando la merda varrà qualcosa i negri nasceranno senza buco del culo» sostituita con «quando le feci varranno qualcosa i negri nasceranno senza buco del...».
Il dado è tratto. Brass si lancia in due epopee storico-erotiche Salon Kitty (1976) e Caligola (1979) che il regista disconosce, esattamente come per il rimontaggio presentato a Cannes tre anni fa, perché allontanato dai produttori che addirittura cambiarono la serratura della sala montaggio. Nel 1980 chiude tutti i conti con il suo cinema più anarcoide e libertario con Action che, ovviamente, viene vietato ai minori «in considerazione della tematica scabrosa... nonché per le ripetute scene di violenza e di approcci erotici».
E siamo finalmente a La chiave (1983) in cui Tinto Brass molla gli ormeggi e si specializza sul percorso di liberazione sessuale delle sue protagoniste ora osteggiato anche dalla censura delle femministe. Non ci si accorge che il regista continua a sperimentare con il cinema, qui il genere erotico, con i falli visibilmente finti, gli specchi maliziosi, i primi piani ginecologici ma con una visione vivaddio! estremamente giocosa del sesso. Il pubblico riempie le sale (La chiave è il maggior incasso della stagione cinematografica 1983-1984 preceduto solo da Flashdance), cala la mannaia della censura e la Chiesa valuta i suoi film come inaccettabili a cui fa seguire a volte l’aggettivo malsano è il caso di Paprika a volte osceno (L’uomo che guarda e Fermo posta Tinto Brass) o, come per Monella, immorale. Ma è l’apoteosi di un cinema con le donne protagoniste assolute, con Brass che lancia attrici come Francesca Dellera, Claudia Koll, Debora Caprioglio, Anna Ammirati o rilancia come Serena Grandi e Stefania Sandrelli. Tinto non è caduto nel #metoo perché i suoi provini alle attrici erano palesi: «Le faccio presentare con le gonne e senza mutandine, poi lascio cadere una moneta sul pavimento. A seconda di quello che mi fanno vedere nell’inchino, intuisco il loro potenziale cinematografico. Credetemi... è un metodo infallibile».
Poi gli ultimi film dai titoli inequivocabili: Tra(sgre)dire (2000), Senso ’45 (2002), Fallo! (2003) e Monamour (2005). È anche l’epica definitiva del culo su cui Tinto si sofferma con morbida voluttà: «Sul piano etico il culo è più onesto della faccia, non inganna, non è maschera ipocrita». Ecco, ancora una volta, Il lato b anarcoide e libertario di Brass che, all’anagrafe, fa Giovanni ma, in onore a Tintoretto, che quelle parti del corpo un po’ sapeva ritrarre, è sempre e solo Tinto.
