Arbore: "Nozze con la Melato? Saltate, ma siamo come sposi"

Lo showman: "Con Mariangela Melato il matrimonio saltò solo per caso. Sono pentito, ma ci amiamo come se fossimo sposati"

Arbore: "Nozze con la Melato?  
Saltate, ma siamo come sposi"

Milano - Sul biglietto da visita c’è New York di notte. Il ponte di Brooklyn, con le luci. Manhattan sullo sfondo e una scritta: “clarinettista jazz”. Renzo Arbore osserva un catalogo di macchine da caffè. Sorride. «Mi portano di tutto, per le mie collezioni». È a Milano perché ha suonato al Teatro Smeraldo con l’Orchestra italiana, tre ore di concerto. Ha ancora voce per chiacchierare («ma adesso prendo le pillole»), indossa una giacca in velluto blu elettrico, sciarpina verde acido e arancio, l’occhiale da sole chiaro che solleva a intervalli regolari. Lo alza subito per precisare: «Milano per noi del Sud e appassionati di musica era la Mecca».

Ma come, un uomo del Sud innamorato della Madonnina?
«Negli anni Cinquanta la Galleria del Corso 5 era il nostro sogno. Milano era la città della canzone. Lo è anche oggi».

È vero che Jannacci le fece tornare la passione per la musica?
«Sì. Dopo le prime trasmissioni radio con Boncompagni mi ero messo a scrivere recensioni sulla cosiddetta “musica leggera”».

Arbore faceva il giornalista?
«Già. E una volta, a Roma, dovevo recensire Jannacci al Teatro Tenda. Lui ha quella matrice jazz, adattata alla canzone milanese, alternativa che piace a me».

Perché «l’altro» è la sua fissazione...
«Ho sempre cercato di fare “l’altro”: l’altra musica, l’altro show, l’altra tv, l’altra Napoli».

E Jannacci che “altro” era?
«Faceva l’altra canzone. L’ho visto e mi sono detto: “È quello che voglio fare”. Così ho abbandonato la Lettera 22 e mi sono buttato sul clarinetto, Sanremo, la tv. E poi l’umorismo, la canzone napoletana e lo swing, molto prima di Bublé. Ma non volevo finire nella trappola della tv: così 18 anni fa ho fondato l’Orchestra italiana».

Oltre alla musica ha altre passioni. Si favoleggia delle sue collezioni...
«Sono un grande collezionista. Amo il design, ho creato una linea di mobili, Miami swing».

Lo mette dappertutto, lo swing?
«Ma design e swing sono una caratteristica mia e del mondo di oggi, di chi ha il senso del ritmo nella vita».

Chi ce l’ha?
«Tanti... Il mio amico Fiorello per esempio».

Quindi che cosa colleziona?
«Cappelli, oggetti di plastica. Che accoppiata al superfluo ha prodotto creazioni originali: come le borse da donna».

Le piacciono le borse da donna?
«Ne ho tantissime. E poi montature per occhiali, orologi da tavolo, utensili da cucina, radio. Vorrei donare tutto a un museo attento, ma non l’ho ancora trovato».

Ha anche un’altra passione: le donne. Qualche anno fa ha detto che ne ha avute una settantina, sono aumentate?
«Così tante? Dove l’ha letto?».

L’ha detto lei in un’intervista tv...
«Ma gli amori saranno cinque o sei. Poi sì, un certo numero di donne, in certi periodi... Ritenevo, diciamo, una celebrazione della vita comunicare con loro».

Comunicare?
«Il rapporto con le donne è sempre stato alla pari. Anzi, forse sono stato più conquistato che conquistatore. Rifuggo dal “farò di te una stella”: terribile».

Niente avventure sul lavoro?
«Poche. È molto difficile. Poi certo, per lavoro, ne ho incontrate tante...».

Insomma questo numero, una settantina, va aggiustato?
«Non so. Forse un po’ di più. C’è stata anche qualche occasione in terra straniera. Però gli amori importanti sono stati cinque o sei».

Come Mariangela Melato. In un’intervista ha appena raccontato che stavate per sposarvi, poi è saltato tutto...
«È vero. Mariangela ha segnato molto la mia vita: mi ha fatto maturare moltissimo. È una donna eccezionale, l’ho sentita anche stamattina. La nostra vita insieme è continuata comunque».

E perché poi non vi siete sposati?
«È stato solo per un caso. Ma è come se ci fossimo sposati. Oggi ci amiamo come se fossimo marito e moglie. Abbiamo già deciso di fare Pasqua insieme».

Vi sentite spesso?
«Sì. E ogni telefonata è un momento di felicità. Ridiamo e ci divertiamo come un tempo. C’è sempre la stessa sintonia».

È pentito di non essersi sposato?
«Sì. Sì, sono pentito. Ma non si può avere tutto dalla vita. Comunque la mia più grande passione, oggi, è la bellezza del nostro paese».

Ma è sempre in giro con l’Orchestra...
«Dopo aver viaggiato tanto mi sono accorto che il nostro Paese è unico. Oggi è sottovalutato, ma un cittadino del mondo non può morire senza aver visto l’Italia. Dobbiamo far tornare i turisti».

È un messaggio di ottimismo, visti i tempi di crisi?
«Assolutamente. Dobbiamo riscoprire il nostro Paese. Noi abbiamo un culo straordinario a essere nati qui. Giro tanto e ovunque è bello: Torino, Genova, Palermo, Siracusa, Bologna».

E della sua Puglia non dice nulla? Neanche un po’ campanilista?
«Eh, noi pugliesi. Siamo meridionali, ma vorremmo essere del Nord: è la nostra caratteristica».

Solo questo?
«Poi c’è il lampascione. Una cipolla selvatica amara: la mangiamo solo noi e i lucani. Quando mi incontro con Banfi e Mirabella, la prima cosa che ci chiediamo è: come hai mangiato i lampascioni?».

Ha lanciato tanti personaggi. Di chi è più orgoglioso?
«Vedere Benigni, così lontano dalla mia cultura, che vince l’Oscar... E poi Frassica: con lui ho fatto 65 puntate di Indietro tutta, improvvisando ogni serata».

Chi le manca?
«Tre miei idoli. Louis Armstrong, un genio che sorrideva e amava lo spettacolo. Totò, che è un’antologia dell’umorismo. E soprattutto Ruggero Orlando».

Il giornalista Rai? E come mai?
«Ero molto timido. È stato il mio modello comunicativo: vedevo la sua naturalezza in tv, parlava al pubblico come fosse il vicino di casa, descriveva il Lem sulla Luna come un carretto. E poi la passione per l’America. Io sono sempre stato filoamericano».

Sempre sempre?
«Sempre. Anche quando in Italia non lo era nessuno. Perché l’America è la patria del jazz, la musica più libera del mondo. E poi i primi italiani amati negli Stati Uniti sono stati due pugliesi: Rodolfo Valentino e Fiorello la Guardia, sindaco di New York».

Guarda «X factor» e «Amici»?
«Sì. Mi piacciono. Ero in crisi con la tv quando c’erano i no talent show, quelle trasmissioni da cui escono personalità che vogliono solo apparire. Il talent show dà una chance ai giovani».

È vero che si è fumato le canne?
«Ma no».

Dica la verità…
«Avrò provato una volta, due. Mi veniva sonno. Preferivo sambuca o grappa».

Ha una pagina su Facebook. La usa davvero?
«Poco. Però ho un sito, arboristeria.it, dove raccolgo barzellette, retropalchi, un po’ di tutto. Internet per me è una manna».

Col tempo non è diventato un po’ conservatore?
«No, è una cosa a cui sfuggo. Non sopporto chi dice “ai tempi miei”. Sono un vecchio futurista, vado pazzo per la Fontana di Trevi rossa o piazza di Spagna inondata dalle biglie».

Però canta le canzoni napoletane, più tradizione di così…
«No, quelle sono avanti. Sono dei classici, come Summertime».

Sente ancora Boncompagni?
«Sempre. Ci vediamo e ci divertiamo. Ridiamo perché eravamo gli idoli dei giovani e oggi ci incontriamo al supermercato col carrello, a discutere di surgelati».

Difficile immaginarvi. Il nome di un surgelato?
«Eh, i nomi dei surgelati sono difficili».

Uno se lo ricorderà…
«I broccoletti siciliani. I pisellini».

Va beh, i pisellini. Dove trova i suoi mitici gilet?
«Li crea un sarto napoletano, Fausto Sarli. Comunque ne ho una collezione: uno di Depero, uno thailandese, uno coi frutti di mare, quelli dei bandisti friulani».

Che cos’ha di tanto speciale il gilet?
«Fa lavorare

la fantasia dell’uomo. In fatto di eleganza, altrimenti, noi maschi non possiamo divertirci molto. Ora amo i gilet del nonno, quelli ricavati con gli avanzi del vestito buono. Perché gli abiti si logoravano, i gilet mai».

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