Aria di New Orleans al festival di Ascona

Il «Vecchio Sud» sulle rive del Lago Maggiore

Gli allestimenti di Cenerentola e Bohème che, firmati Jean-Pierre Ponnelle e Franco Zeffirelli, si alternano questi giorni sulla scena del Piermarini, rappresentano i prototipi della qualità Scala. Al pari della filigrana dei Mozart di Giorgio Strehler. Il sipario che apre dopo la elaborata Sinfonia di Cenerentola suscita un'ammirazione che cresce di trovata in trovata. E alla fine la notte soffocante di fine giugno, infiammata da ovazioni incontenibili, ritrova l'eccitazione dei Sant'Ambrogio più riusciti.
Tanto entusiasmo (il merito va ovviamente a tutti) ci voleva davvero. Come per miracolo la grande malata pare in convalescenza. Forse guarita. Forse già in corsa verso una stagione che indiscrezioni dicono diversa e tutta da verificare. La Cenerentola di Ponnelle viene da un San Francisco del '69, arriva alla Scala nel '73 con Claudio Abbado il quale, sempre in duo con Ponnelle, l'aggiunge al Barbiere del '69 e la fa seguire dall'Italiana in Algeri '73/'74. Sull'onda della Rossini Renaissance e delle nuove edizioni critiche (la nostra è di Zedda) nasce un trittico memorabile.
Restando al regista, è stupefacente come egli sappia risolvere la vis comica su stilemi sottilmente rivistaioli: il seguito del principe diventa una fila di boys, frac rosso e rosa in mano. Oppure frac nero, rosa all'occhiello e mano tesa verso la misteriosa bellissima, tutta argento e luccichii, che somiglia tanto a Cenerentola e chissà chi è... Ponnelle segue il ritmo. I suoi personaggi danzano. Anche il coro che, maschile ma ciarliero come le femmine, avrebbe già di suo comicità da vendere. Le scene sono un gioco a china in bianco e nero.
Intanto Rossini incalza, lirico, divertito, euforico. Siamo nel 1817, e lui deve rimediare l'opera in una manciata di settimane. Ricorre alla pratica della «parodia», saccheggia se stesso e tra citazioni e anticipazioni trasforma Cenerentola in una specie di summa d'autore. La parola, sillabata, insiste sulle consonanti di una lingua fatta di vocali. Sul podio Bruno Campanella (una delle bacchette rossiniane più accreditate) trova la chiave di ogni cosa. Calibra i diminuendi, i crescendi, gli smorzati, sbalza i colori strumentali, in particolare quelli dei fiati...
La preoccupazione per le voci (è la sua prima volta alla prese con l'acustica della nuova Scala) lo induce tuttavia a tenere l'orchestra bassa e un po' defilata. Così, unico neo di una conduzione altrimenti di gran classe e sostanza, la lettura finisce col perdere in mordente. Meraviglioso il cast. Sonia Ganassi, Angelina, disegna e tutto tondo il suo personaggio dolce e determinato. Resta la regina del belcanto che è. Sale, scende, sussurra, si commuove. Tira fuori le emissioni vellutate del contralto. Juan Diego Florez, Ramiro, splende per agilità e purezza. Musicalità, nobiltà, tenuta scenica, intelligenza. È veramente un fuoriclasse. E la platea lo sa. Altro gioiello Michele Pertusi, Alidoro aureolato dai candidi basettoni, ieratico come uno Sarastro... Eccellenti Alessandro Corbelli Dandini e Simone Alaimo Don Magnifico. Surreali «précieuses ridicules» Carla Di Censo e Larissa Schmidt,le sorellastre. Perfetto come sempre il Coro di Bruno Casoni.

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