Archivissima, il festival degli archivi, quest'anno ha come tema «quello che non c'è». Perché in un archivio conta quello che si riesce a trovare ma anche quello che manca. O che si credeva mancasse. Ecco perché tra i tanti incontri è importante quello che si terrà sabato, alle 11, al Circolo dei lettori di Torino: «Le verità ritrovate sulle stragi nazifasciste». In questa occasione Marco De Paolis, Procuratore generale militare presso la Corte militare di appello di Roma, racconterà della sua lunga esperienza nella caccia a crimini di guerra rimasti sepolti per decenni. Un ambito in cui è uno dei massimi esperti in Europa: tra il 2002 e il 2018, come pubblico ministero, ha effettuato indagini penali relative a oltre 450 procedimenti per eccidi di civili e di militari italiani, commessi in Italia e all'estero dopo l'otto settembre 1943. Un lavoro di indagine che ha portato a 57 condanne all'ergastolo nei processi di primo grado. Ci siamo fatti anticipare alcuni dei temi dell'incontro - e del libro scritto da De Paolis Caccia ai nazisti (Rizzoli) - intervistandolo per il Giornale.
Procuratore generale, molti dei processi che ha condotto sono partiti da documentazioni rimaste ignorate per anni, a partire da quello che giornalisticamente è stato chiamato l'Armadio della vergogna scoperto nel 1994. Un armadio addirittura girato contro una parete perché non lo si aprisse.
«Il discorso è proprio questo, ci può essere un cattivo uso dell'archivio, oppure l'archivio può essere proprio utilizzato per nascondere documenti. Mandando in archivio quello che non ci dovrebbe andare. Il mio lavoro è stato, spesso, quello di riaprire indagini che erano finite in archivio ma non dovevano finire in archivio. Erano indagini che andavano sviluppate già parecchio tempo prima: oltre cinquant'anni, anzitutto, per il grande materiale documentale illegalmente occultato nel 1960 in quello che venne chiamato l'Armadio della vergogna. Seicentonovantacinque fascicoli riguardanti quasi 100mila vittime (oltre 24mila vittime civili e circa 70mila vittime militari). Dopo la scoperta dell'armadio della vergogna nel 1994, con 695 fascicoli insabbiati, l'ingente documentazione che era così emersa portò tra il 1994 e il 2003 - alla celebrazione di pochissimi processi. Per esempio, dopo il 1994, le procure militari di Padova, Bari e Palermo a differenza di Torino (tre processi), Verona (un processo), Napoli (un processo) e La Spezia (11 processi) - non portarono a giudizio nessun criminale di guerra, mentre alla procura militare di Roma, erano finiti in archivio molti fascicoli relativi a importanti stragi compiute all'estero su nostri militari prigionieri di guerra: Kos, Leros, Corfù, Treuenbrietzen...».
Cosa porta a un'archiviazione maldestra? Come si gestisce bene un cold case?
«Ci possono essere indagini approfondite male. Questione di bravura o diligenza. Poi ci possono essere fascicoli archiviati senza delega di indagine. Per archiviare casi come questi bisognerebbe poter dire che il crimine è prescritto o che non è possibile individuare gli autori del fatto. Ma senza indagine come posso deciderlo? La prescrizione richiederebbe l'accertamento che il fatto lo permetta. Stragi come quella di Corfù, ad esempio, non possono andare in prescrizione. In altri casi, sempre parlando di archivi, si è potuto constatare talora la presenza in archivio di importanti fascicoli che secondo il parere di alcuni giuristi non avrebbero dovuto trovarsi in quel tipo di archivio. Mi riferisco, come ho scritto anche già anni fa in alcune mie pubblicazioni, all'archiviazione senza adeguate indagini o addirittura senza indagini, per fascicoli riguardanti crimini di guerra commessi da militari italiani prima dell'8 settembre 1943 nei Balcani e per quelli relativi a stragi di prigionieri di guerra italiani, a cominciare da quella di Cefalonia. Su questi aspetti vi fu anche una interpellanza parlamentare dell'Onorevole Andrea De Maria il 2 ottobre 2015».
Perché è importante che alcuni reati non possano cadere in prescrizione?
«Ci sono reati imprescrittibili, cioè reati in cui c'è l'obbligo di procedere finché l'indagato è in vita. In questi casi il trascorrere del tempo non conta perché si tratta di crimini gravissimi. Crimini che non si possono dimenticare. Il loro accertamento e la loro punizione sono fondamentali per varie ragioni. La prima: il processo serve anzitutto a stabilire che un certo fatto è realmente avvenuto. Non è banale ricordarlo, perché spesso i criminali o i negazionisti tentano di negare i fatti. Secondo: il processo lega l'evento (cioè le stragi) all'azione naturale e consapevole di un uomo. Le vittime cioè, sono tali perché c'è un uomo che ne provoca la morte. Terzo: il processo qualifica in senso negativo quell'azione che ha provocato il fatto-morte, dichiarando che si tratta di un crimine e che, come tale, va punito. In guerra si nascondono e mistificano fatti importanti. Si pensi al massacro degli Armeni, in Turchia completamente rimosso. Il processo penale, anche se compiuto a grande distanza dal compimento dei crimini, evita che si possano dimenticare quei fatti e restituisce dignità alle vittime. Il nemico peggiore della giustizia in questo tipo di vicende è il muro di indifferenza che spesso gli uomini costruiscono facendosi scudo del passare del tempo».
Le indagini sono importanti anche per gli storici perché un tribunale dispone di mezzi che vanno oltre quelli che possono utilizzare i ricercatori...
«Noi abbiamo collaborato tantissimo con gli storici, anche affidando loro consulenze tecniche per poter risalire rapidamente alle fonti utili alle indagini. Certamente, però, le nostre rispettive attività differiscono notevolmente. Noi, infatti, possiamo fare accertamenti che gli storici non possono fare, basti pensare agli interrogatori. Io ho compiuto centinaia di interrogatori di imputati e di testimoni in tanti paesi in Europa e in Italia: atti che uno storico non avrebbe potuto compiere. E poi abbiamo raccolto decine di migliaia di documenti, in Europa e Stati Uniti, e li abbiamo potuti raccogliere con la rapidità e l'efficacia consentita dalla cooperazione giudiziaria internazionale. Io ho compiuto oltre un migliaio di rogatorie internazionali. Uno storico non avrebbe mai potuto fare altrettanto.
Oggi tutto questo materiale è stato raccolto e, essendo terminati i processi, è a disposizione degli storici e degli studiosi nei nostri archivi con possibilità di essere studiato e utilizzato per le ricerche storiche costituendo un prezioso ausilio per una corretta ricostruzione di fatti così importanti per la storia del nostro Paese».