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Arte e Storia

L’arte ora viaggia verso oriente e Shanghai diventa la sua nuova patria

Nella metropoli cinese è sorto il Long Museum, una istituzione privata di dimensioni monumentali dove espongono i nuovi giganti dell’arte come Wallace Chan

Wallace Chan

da Shanghai

Il mio viaggio a Shanghai è cominciato nella “chiesa di Vivaldi”, a Venezia, in un pomeriggio umido dello scorso maggio, nei frenetici giorni dell’opening dell’ultima Biennale Arte. Nella Cappella di Santa Maria della Pietà (è qui che Vivaldi compose i suoi pezzi migliori) Wallace Chan, nato a Hong Kong 70 anni fa, con un trascorso da monaco e una carriera folgorante nell’arte orafa, presentava Vessel of Other Worlds, un progetto artistico ambizioso curato dall’inglese James Putnam per unire la Serenissima a Shanghai (a Venezia si può vedere la mostra fino al 18 ottobre, a Shanghai fino al 25 dello stesso mese).

Occhialetti tondi, abiti ascetici e barba lunga, Wallace Chan si muoveva tra le calli con l’agio di chi le ha a lungo frequentate, dopo aver presentato nella barocchissima cappella una mostra quasi teologica: le sculture esposte traggono infatti ispirazione dagli Olea Sancta, i tre oli sacri impiegati nella liturgia cattolica (l’olio dei catecumeni, il crisma e l’olio degli infermi) per marcare le tappe dogmatiche del passaggio terrestre: la nascita, la crescita e la morte/rinascita in cielo. Sull’altare, un trittico di schermi video agisce come un portale immateriale, mentre attorno fluttuano sospese forme scultoree in titanio che simulano gocce d’olio in movimento, trasformando lo spazio sacro in una costellazione fluida sospesa tra gravità e spiritualità. Rivedrò quegli schermi al Long Museum di Shanghai, dove sono approdata in un luglio caldissimo, ammetto, senza sapere bene che cosa aspettarmi.

«È una mostra sui corpi e sul tempo: ha una dimensione diversa rispetto a quella di Venezia. Tengo sempre bene a mente che bisogna creare come l’universo stesso crea: il monumentale nasce dal microscopico», mi aveva allertata l’artista. Arrivata lungo il West Bund, l’area della megalopoli cinese di recente riqualificazione con cantieri attivi giorno e notte, ed entrata nel Long Museum, capisco subito che il termine “monumentale” è impreciso per difetto. Qui tutto è extra-straordinario, fuori scala.Passo indietro: il Long Museum è il museo privato più grande di tutta la Cina. Fondato dalla coppia di collezionisti cinesi Liu Yiqian e Wang Wei e dislocato in tre diversi siti, a Shanghai e a Chongqing, ben rappresenta la recente corsa del Dragone nell’affermarsi sullo scacchiere dell’arte contemporanea. Shanghai, da questo punto di vista, è una città ancor più strategica di Pechino: è qui, nell’avveniristica Power Station of Art, che si tiene la sua Biennale. A proposito: è da poco stato nominato il direttore per l’edizione che aprirà nel novembre del 2027, ed è l’argentino Ferran Barenblit, già direttore del MACBA di Barcellona e nel comitato scientifico del Pac di Milano.

Ma torniamo al Long Museum, che nasce nel 2012 a due passi dal fiume Huangpu, il quale divide la città in due parti: il Bund a ovest e il Pudong a est. Qui siamo a ovest, ma non nell’area dei vecchi palazzi coloniali dedicati alla dogana, quando un secolo fa Shanghai era un polo commerciale leggendario per i suoi traffici, inclusi quelli legati all’oppio e alla prostituzione (lo ricorda proprio in queste settimane una toccante mostra fotografica organizzata negli spazi della Shanghai Normal University dedicata alle “comfort women”). In questa parte del Bund le rive sono state riqualificate, accomodate per il passeggio (i più eroici corrono nonostante le temperature estreme) e punteggiate di musei nuovi di zecca. Il Long sorge su un’area prima utilizzata come pontile per il trasporto del carbone: in quello che era un parcheggio a due piani, tutto in cemento, approda l’arte mistica di Wallace Chan.

Se a Venezia dominava la misura eterea, a Shanghai la materia si prende la scena: i tre “vasi” liturgici assumono proporzioni titaniche (7, 8, 10 metri) e fanno impressione. Ciascuna di queste colossali sculture è il risultato di un’ingegneria poetica di cui diamo qualche numero: 5.500 elementi in titanio, 1.500 componenti in alluminio, 20mila viti in acciaio. Popolate da figure umane, elementi botanici, creature mitologiche della tradizione cinesi e persino feti, sono opere difficilmente descrivibili. La scultura centrale (Rebirth) è addirittura attraversabile come una soglia. «Oggi si parla solo di intelligenza artificiale: volevo dimostrare quanto possano ancora fare le mani e la mente dell’uomo», mi dice l’artista. La sua biografia pare finta: di famiglia umile, iniziato all’arte dell’intaglio a soli sedici anni, Wallace Chan diventa presto un gigante dell’arte orafa (apprezzatissimo dal mercato). La sua grammatica visiva attinge alla tradizione cinese e allo studio rigoroso della scultura occidentale (appresa girovagando nei cimiteri cristiani della Hong Kong della sua infanzia, vengo a sapere). Un sincretismo visivo raro, cui si aggiunge un’attitudine naturale all’innovazione: nel 1987 brevetta la celebre Wallace Cut, rivoluzionaria tecnica d’incisione tridimensionale capace di creare effetti illusionistici di rifrazione visiva all’interno delle gemme, rivoluziona il mondo dell’alta oreficeria padroneggiando l’uso del titanio e inventa una porcellana cinque volte più resistente dell’acciaio. Un craftsman nel senso più alto del termine. Un mistico, anche.«Nei primi anni Duemila sono stato in ritiro monastico buddista per sei mesi. Mi sono spogliato di ogni possedimento materiale, sintonizzandomi su una dimensione di purezza radicale», racconta. Riprenderà a creare usando materiali più semplici come il cemento e il rame, ma poi si concentra sul titanio («metallo dell’era spaziale»), perfetto per traghettare l’infinitamente piccolo nell’infinitamente grande, che è ciò che gli sta davvero a cuore.

Wallace Chan crea in verticale, in perfetta sintonia con la megalopoli in cui vive e che ospita questo suo progetto. Qui i grattacieli a torre – quelli “vecchi”, di ormai vent’anni fa, come l’Oriental Pearl Tower, e quelli appena terminati, come One Lujiazui – sono il simbolo della città: «A Shanghai i cinesi vengono per capire dove va il futuro», mi dice sorridendo una guida turistica locale che ho incrociato. Capitale economica e finanziaria della Cina, 25 milioni di abitanti con l’obiettivo dichiarato del raddoppio, “affacciata sul mare” (questo significa letteralmente l’ideogramma del suo nome), Shanghai è una megalopoli che riserva sorprese. E non solo e non tanto perché qui tutto, ma proprio tutto, funziona solo via app (e del resto il presidente Xi Jinping ha scelto Shanghai per l’ultimo mega-congresso dedicato all’intelligenza artificiale), ma perché è una città incredibilmente silenziosa, pulita e verde.Merito di una scelta strategica governativa (una spinta decisa sul traffico elettrico) e di progetti come le coperture con edera e rampicanti dei tanti, tantissimi cavalcavia urbani.

I conti con la storia, però, sono ancora in corso: per una residenza di Mao poco musealizzata (con informazioni solo in cinese, nell’indifferenza generale), la “Parigi d’Oriente” o “l’Atene della Cina” – le similitudini si sprecano – ha preferito procedere cancellando (anche fisicamente) i resti del recente passato e guardando al nuovo.

Con una particolarità, però. Shanghai ha cercato un’intesa con la Vecchia Europa, per lo meno sul fronte dell’arte.

Wallace Chan, con la sua doppia personale tra Venezia e Shanghai, ne è un ottimo esempio, ma lo dimostrano anche le felici collaborazioni tra musei locali ed europei (la più nota e riuscita: quella tra il Centre Pompidou di Parigi e il West Bund) e l’“adozione” di alcuni dei migliori architetti in circolazione per i progetti più significativi. Sono molti, ma citiamo su tutti il francese Jean Nouvel, chiamato a progettare l’iconico MAP Museum of Art Pudong, anche questo nell’area del Bund, perché attualmente è in corso una strepitosa mostra a lui dedicata e perché proprio al MAP che anche l’Italia si è ritagliata un suo spazio. All’interno di un programma di scambio culturale sostenuto dal Consolato Generale e dall’Istituto Italiano di Cultura di Shanghai, è in corso, fino al 28 ottobre, Giorgio Morandi. Solo, la prima grande mostra monografica di Morandi in Cina e la retrospettiva più vasta mai dedicata all’artista fuori dall’Italia. Curata da Lorenzo Balbi e Francesco D’Arelli, in collaborazione con il team del Museo Morandi e del MAP, è “poeticamente monumentale”: 140 opere illuminate alla perfezione, presentate come di rado capita in un museo italiano. Il pubblico cinese apprezza parecchio a giudicare dalle code: il (nostro) futuro forse passa anche da qui.

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