Le vicende delle ultime settimane hanno posto l’attenzione sul particolare status di Ceuta, che rappresenta, con altri territori del pianeta, il classico problema dell’enclave. Tecnicamente, Ceuta è sia un’enclave che un’esclave, a seconda del punto di vista. Nella prospettiva del Marocco, è un’enclave, perché si trova dentro i suoi confini terrestri, come nel caso della Città del Vaticano nel territorio italiano. Rispetto alla Spagna, è invece un’esclave, in quanto è staccata dalla massa territoriale spagnola nella penisola iberica. In un’epoca dove si riaccendono le questioni territoriali e di sovranità, in cui ci si chiede sempre più cosa accada dentro i confini, per citare un bel libro di Charles Maier, diviene interessante approfondire il problema dell’enclave. L’economista Evgeny Vinokurov, che ha scritto A Theory of Enclaves nel 2007, ha distinto tra varie tipologie di questi oggetti della geografia politica, il cui nome deriva dai termini latini inclavatus (chiuso dentro, serrato) e ovviamente clavis (chiave). Vi sono enclavi vere, semi-enclavi o enclavi costiere (che hanno accesso al mare), nonché esclavi pure, frammenti separati dal proprio Stato e circondati da più Paesi stranieri. In quest’ultima categoria rientra per esempio la russa Kaliningrad, la vecchia Königsberg prussiana,
città del filosofo Emmanuel Kant, oggi situata tra Polonia e Lituania. L’area ha circa un milione di abitanti ed è rimasta territorio della Federazione Russa dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, con chiare implicazioni strategiche.
Nella storia, ci sono state diverse ondate di enclavi. Le prime risalgono al feudalesimo, molte altre all’ascesa e caduta degli imperi coloniali. La decolonizzazione ha portato alla scomparsa di varie enclavi, ma alcune tra cui Ceuta e Melilla per la Spagna sono sopravvissute, come residui di un’altra epoca, con effetti economici e politici nel presente.
Nel saggio L’impero nascosto, lo storico Daniel Immerwahr ha analizzato la logica dell’enclave in relazione al potere globale degli Stati Uniti e a una struttura imperiale che non si è basata sulla colonizzazione di vasti territori ma sulla raccolta di piccoli punti strategici sulla mappa, tra cui isole minori e, naturalmente, centinaia di basi militari situate in numerosi Paesi sovrani. In questa mappa del potere, ha un ruolo essenziale la più grande delle isole Marianne meridionali, Guam, tecnicamente «territorio non incorporato» degli Usa.
Circa un quarto di Guam è occupato da basi militari. Il concetto di enclave giurisdizionale è riemerso, in risposta all’attualità politica, sulla scia di possibili proposte dell’amministrazione Trump di stabilire nuove
basi sovrane in Groenlandia. L’idea di ritagliare nuove enclavi sovrane può sembrare un’aberrazione ma non va più esclusa a priori, in un mondo in cui la questione territoriale emerge sempre più come potenziale arma, in vari sensi. Per esempio, vediamo sempre più fabbriche collocate vicino a basi militari, anche per sfruttarne le vulnerabilità o per possibili obiettivi di sorveglianza. E cresce l’applicazione implicita ed esplicita di controlli e di clausole di sicurezze nazionale allo status dei porti, come accade da tempo col contrasto tra Stati Uniti e Cina sul Canale di Panama.
Del resto, l’importanza e il fascino problematico delle enclavi è stata anticipata anche dalla cultura pop. In particolare, dalla serie di videogiochi post-apocalittici Fallout, di recente divenuta anche serie televisiva. In quell’universo narrativo, l’Enclave è la principale fazione antagonista: un’organizzazione paramilitare che si considera l’erede legittima del vecchio governo degli Stati Uniti, spazzato via dalla guerra nucleare che in quella storia ha luogo il 23 ottobre 2077. Poco prima dell’apocalisse atomica, l’élite dell’Enclave, complice nella catastrofe, si è ritirata in bunker fortificati: in un’enclave definitiva, sotterranea e separata dalla superficie.
