Tredici giorni di libertà e una vita intera in esilio. Tredici giorni, dal 23 ottobre al 4 novembre 1956, in cui le strade di Budapest si riempirono del coraggio e delle illusioni di studenti e operai, una speranza pura, presto travolta dal metallo dei carri armati sovietici. La repressione fu feroce, le esecuzioni implacabili, il silenzio imposto immediato. Eppure, la rivoluzione ungherese fu prima di tutto «la dirompente esperienza di una ritrovata limpidezza morale», per dirla con le parole dell’ ambasciatore ungherese in Italia, Andor Ferenc Dávid.
In quei giorni frenetici, le menzogne di un regime oppressivo crollarono: diventò improvvisamente chiaro cosa fosse giusto e cosa sbagliato, chi fosse l’oppressore e chi l’oppresso. Sconfitta sul piano militare, la spinta del 1956 si trasformò nel cammino doloroso di circa duecentomila persone costrette a fuggire, a lasciare la propria terra e il proprio avvenire in poche ore per non consegnare l’anima al sequestro del pensiero. Tra loro c’erano giovani come Lajos Pintér, che nascondeva i volantini della resistenza tra le garze imbevute d’alcol e trovò poi nell’assistenza e nello studio a Padova la via per diventare medico, senza mai poter cancellare l’amarezza di un rientro in patria concesso solo tre decenni più tardi. C’era Giorgio Pressburger, che portò dentro di sé il peso della duplice ferita nazista e sovietica, trasfigurando l’esilio e la nostalgia per la Mitteleuropa in letteratura e arte universale.
Per molti di questi giovani rifugiati, il dramma dell’esilio si intrecciò a Roma con le contraddizioni della storia. Cercare un riparo iniziale a Palazzo Falconieri, in via Giulia sede dell’Accademia d’Ungheria , significava per gli esuli ritrovare un frammento di patria, il calore della propria lingua e dei propri affetti. Tuttavia, quel luogo di cultura restava legato alle maglie del governo comunista di Budapest, alimentando un velo costante di angoscia, la paura di essere identificati, sorvegliati e seguiti dal regime da cui erano appena sfuggiti. Nacque così il bisogno vitale di trovare una casa davvero libera: grazie al sostegno delle istituzioni italiane, della Santa Sede e all’impegno di ecclesiastici ungheresi, nacque l’esperienza del collegio di via dei Cestari 34. Ai piani alti di quel palazzo romano, dal 1958, una ventina di studenti poté ricostruire una quotidianità protetta, riprendere gli studi universitari e dar vita all’associazione degli universitari ungheresi liberi. Via dei Cestari divenne molto più di un semplice indirizzo: fu un presidio d’identità e indipendenza, un’oasi di dignità al riparo dall’occhio del potere, oggi custodita dalla memoria di una targa commemorativa.
In quel dramma, l’Italia mostrò la misura più alta della propria umanità. Pur provata dalle cicatrici e dalle miserie del dopoguerra, tra povertà ed emergenze abitative, non esitò ad aprire i propri confini e il proprio cuore. A fronte dei quattromila profughi inizialmente previsti, ne accolse oltre cinquemilaquattrocento. Fu la generosità di una solidarietà operosa e capillare: la Croce Rossa, le istituzioni religiose, le università, i comuni e i singoli cittadini si mobilitarono. La stessa Rai accolse giornalisti nelle sue redazioni. Piccoli gesti capaci di restituire speranza, come quel primo piatto di pasta calda consumato da Pinter a Udine dopo giorni di terrore, rimasto per sempre impresso nella memoria come il sapore del ritorno alla vita.
«Questo anniversario è forse per noi la ricorrenza più importante» spiega l’ambasciatore David, legato all’Italia da una infanzia vissuta nel nostro Paese «perché è, in ogni epoca, un momento in cui fare i conti con noi stessi. In questo giorno dobbiamo chiederci se siamo degni della memoria di coloro che un tempo diedero la vita affinché noi oggi potessimo vivere liberi. Il 23 ottobre 1956 continua a ricordare al mondo che la libertà, la tolleranza e la democrazia non sono doni garantiti a tutti: vi sono luoghi in cui molti devono sacrificare la propria vita per conquistarle. L’Unione Sovietica e il movimento comunista internazionale non si ripresero mai dalle conseguenze della repressione della rivoluzione. La lezione storica del 1956 è che il potere arbitrario, alla fine, cade. Le lotte impari per la libertà proseguono ancora oggi. Coloro che oggi condividono la sorte dei rivoluzionari di allora combattono per la stessa causa per cui lottarono un tempo i finlandesi, i popoli baltici, gli ungheresi, i cechi e i polacchi. La libertà di cui gode l’Europa centrale dal 1989 non è nata nel 1989. Le sue fondamenta furono gettate trentatré anni prima, nelle strade di Budapest. Noi ungheresi rendiamo omaggio agli eroi e ai martiri del 1956, così come a tutti coloro che offrirono aiuto e dimostrarono solidarietà».
