Rüstem Aslan è diventato quasi di casa nel nostro Paese. Abbronzato, capelli lunghi e fluenti, sorridente come se fosse sotto il sole dell’Anatolia, il direttore degli scavi di Troia è infatti fra i curatori della mostra
Troia e Roma. Miti, leggende, storie del Mediterraneo antico al Colosseo, che si concluderà il 18 ottobre («la più grande mai allestita sull’argomento» dice) e oggi, al Museo Virgilio di Mantova, terrà un incontro su «Troia nella tarda Età del Bronzo: archeologia, tradizione e storia». Aslan si è laureato all’università di Istanbul, ha studiato con Osman Korfmann a Tubinga, è professore di Archeologia all’Università di Canakkale e dal 2013 è responsabile del sito di Hisarlik, in Turchia.
Professor Aslan, proprio di recente c’è stata una nuova scoperta a Troia. Di che cosa si tratta?
«Una agorà, emersa scavando sotto la città ellenistica, che risale alla tarda Età del Bronzo, nei secoli fra il 1500 e il 1200 avanti Cristo. Riteniamo che preceda la guerra di Troia di circa duecento anni. Perciò esisteva nella città di Omero».
Quando ha iniziato a lavorare come archeologo a Troia?
«La prima volta che sono arrivato a Troia è stato da studente, nel 1988. Ormai lavoro lì da quarant’anni, senza interruzioni. Certe volte provo la sensazione di essere anche io un pezzo di Troia, nel senso che, guardando le pietre, penso di appartenere anche io a questo luogo. Ho visto crescere le persone intorno a me e ho visto la tecnologia degli scavi mutare completamente: oggi utilizziamo strumenti di ogni genere, inclusa l’intelligenza artificiale, ed è tutto così diverso da quando ho cominciato, che posso dire di avere vissuto davvero in due secoli».
È quasi un record, il suo?
«Nessun archeologo ha scavato a Troia per così tanti anni. Schliemann rimase per dieci anni. Quaranta possono sembrare un periodo fin troppo lungo, ma serve del tempo per comprendere davvero un sito. E io provo la stessa sensazione del primo giorno».
Com’è questa sensazione?
«Se sei cresciuto con l’epica di Omero e hai studiato Archeologia, Troia è uno dei siti più importanti. In questi anni sono stato testimone di scoperte e discussioni... Per esempio, nel 1995 abbiamo trovato la testa di Augusto, che ora è esposta alla mostra di Roma; poi una tavoletta, che è il più antico documento scritto che attesti la relazione fra gli Ittiti, che detenevano un grande potere sull’Anatolia, e la città che loro chiamavano Wilusa, e che per Omero sarà Ilio».
Che cos’altro avete scoperto?
«L’anno scorso, alla fine, abbiamo scovato un piccolo tesoro, molto antico, che risale all’epoca di Troia II, nel 2500 avanti Cristo circa, composto da gioielli in oro e pietre preziose».
La storia di Troia è lunghissima, dal 3000 a.C. al XV secolo d.C., ma quando pensiamo a Troia pensiamo alla guerra, a Ettore e Achille, al cavallo. Siamo davvero sicuri che la Troia dell’Iliade sia Hisarlik?
«È una buona domanda. È stata posta già nell’Ottocento, quando Schliemann cominciò i suoi scavi. I documenti ittiti, le somiglianze riscontrate fra l’epica omerica e le testimonianze archeologiche, la presenza di uno strato di città bruciato, le indicazioni topografiche e geografiche: anche se in archeologia non esiste mai la certezza al cento per cento, queste informazioni, considerate tutte insieme, ci dicono che Troia VI è quella di Omero, e che Troia VII fu distrutta dall’esterno, da un nemico arrivato da fuori, intorno al 1200 a.C.. Non esiste un luogo alternativo».
Come sappiamo che fu distrutta dall’esterno?
«Lo dicono i ritrovamenti di punte di frecce, pietre di fionde e scheletri nelle strade. E ci sono i segni di un incendio».
E il cavallo di Ulisse può avere un qualche legame con la realtà?
«Ci sono molte teorie. Se osserviamo, per esempio, le pitture assire, troviamo delle formazioni da guerra, con i carri e gli archi che, metaforicamente, richiamano la forma del cavallo, un po’ come i tank di oggi».
Dopo la distruzione, che cosa succede?
«La città perde la sua funzione geopolitica: sono gli anni bui per noi archeologi. Però, dall’VIII secolo, la città ricostruita ricomincia ad avere un ruolo, che cresce nella Roma imperiale: a Troia si recano Alessandro Magno, Cesare e Augusto per omaggiare gli eroi, visitare le loro tombe e il campo di battaglia. La memoria omerica rimane fondamentale fino alla fine dell’Impero romano».
Un’ipotesi, tornata in auge dopo Odissea di Nolan, sostiene che la vera Troia si trovi nel Baltico.
«Eh... Esistono molte teorie. Nel Medioevo, varie popolazioni europee hanno cercato di dimostrare di essere i discendenti dei troiani. Ma Troia è a Hisarlik, non c’è dubbio».
Che luogo è Troia oggi?
«Per l’archeologia è molto importante. Dal 2018 abbiamo inaugurato il Museo, che espone gran parte dei reperti ritrovati e intorno al quale è stato istituito un Parco nazionale, per proteggere ciascuno dei siti nominati nell’epica omerica. L’anno scorso, l’area è stata visitata da cinquecentomila persone. È un luogo centrale nella cultura del Mediterraneo: a Troia possiamo guardarci indietro, osservare migliaia di anni di storia e tutto quello che è successo, la guerra, i rifugiati, Enea, la rinascita, l’epica».
