Nel 1943 Giovanni Comisso confessava il suo metodo: avvicinarsi alle opere «senza alcuna preparazione critica, storica o elencativa», per gustare la prima impressione come in un «giuoco da barbaro». Nessuna dichiarazione di poetica potrebbe essere più comissiana, e nessuna più indigesta agli storici dell’arte, che infatti lo ignorarono e furono ricambiati da un silenzio altrettanto ostinato. Eppure lo scrittore trevigiano ha passato mezzo secolo a scrivere di pittori e scultori, sui fogli di provincia come in prima pagina sul Corriere della Sera. Quei testi dispersi sono ora raccolti in Il bello chiama il bello. Scritti sull’arte e sugli artisti (La nave di Teseo), a cura di Nico Stringa. Il titolo viene da una frase del 1941 che suona come una dichiarazione d’indipendenza: il gusto personale non deve giustificarsi con nessuno.
Tutto comincia in una torre medievale di Treviso, a due passi dal Duomo, attorno al 1913. Il giovanissimo Comisso sale all’ultimo piano e trova Arturo Martini in maniche di camicia, in piedi su una sedia, sotto una massima di Zarathustra dipinta sul muro: «Guardati da coloro che sono nati con un cuore di pecora». Lo scultore non ha i soldi per i colori né per il pranzo. Il ragazzo esce e torna con i colori e qualche banana, che Martini porge subito alla madre senza denti. Poi spalma il colore su una tavoletta di terracotta incisa, la preme col manico di un bastone e ne esce una pastorella che, a forza di guardare le pecore, ne ha preso il volto. Comisso riscriverà la scena per mezzo secolo, dal 1925 al 1967, come un ricordo che non deve sbiadire, e Stringa ha ragione: nessuno ha descritto Martini al lavoro con altrettanta efficacia. Fu Martini a ospitare nel 1915 il primo testo di Comisso, spedito dal fronte, nel catalogo di una mostra trevigiana, e a curare l’anno dopo la stampa delle Poesie.
Poi c’è Filippo de Pisis, l’amico di una vita. Nel 1933 Comisso scrive che, dovendo ornare le pareti del proprio studio, sopporterebbe soltanto quadri di de Pisis e di Nino Springolo. Il secondo è rigido e quasi matematico. Il primo è «sorprendente e per così dire improvvisatore», ha un temperamento diviso tra regola e sregolatezza. Comisso racconta l’amico davanti alla tela: de Pisis vede il quadro in un attimo, poi potrebbe eseguirlo anche con un pezzo di carbone. Il ritratto è affettuoso ma tutt’altro che agiografico.
E Giorgio de Chirico? C’è anche lui. In una pagina memorabile. Roma, primavera del 1919, Caffè Greco: il pittore presenta a Comisso Armando Spadini, e il giorno dopo i tre siedono sotto una pergola ai margini di Villa Borghese. Spadini prende tra le mani la testa di de Chirico e la gira di qua e di là per catturare il riflesso verde delle foglie su quel volto «filosofico, raso e pallido». De Chirico ride e si schermisce: «Mi sono appena fatta la barba». Più tardi, nel parco, scambiano per un pittore al cavalletto una vecchia assopita su una sdraio, e de Chirico sentenzia: «È l’Accademia in persona». Comisso non ama le sue «costruzioni lunari» e gli preferisce la pittura solare di Spadini. Riferisce però con gusto le profezie maligne del «metafisico» su de Pisis: lo si sarebbe potuto fare a pezzi e rincollare col mastice, e da vecchio avrebbe inseguito col
bastoncino i ragazzini dispettosi. Si avverarono entrambe le cose, la seconda a Venezia.
Il punto, come mostra Stringa nell’ampia introduzione, è che Comisso scrive d’arte come scrive di sé. Incornicia l’opera altrui dentro divagazioni personali e arriva a dare del tu a Giotto, rimproverandogli un eccesso di teatralità. Ha le sue fissazioni e un limite dichiarato: non scriverà mai una riga sull’arte astratta. Ma quando l’oggetto lo coinvolge davvero, come gli affreschi di Giandomenico Tiepolo visti a Vicenza nel giugno del 1943, il presunto passatista impartisce lezioni di modernità. E sa essere generoso. Da Parigi, nel 1928, tra una mostra di Gauguin e una di Monet, comincia la sua battaglia ventennale per Gino Rossi, chiuso in manicomio (quel «Gauguin italiano», come qualcuno lo chiamerà poi).
Esce proprio in questi giorni un saggio che affronta lo stesso nodo da un altro punto di vista: L’ultimo ad amare la vita. Giovanni Comisso e il viaggio (Ronzani) di Giacomo Carlesso. L’autore, che ha prestato la sua consulenza anche alla raccolta della Nave di Teseo, rilegge l’opera dello scrittore a partire dai libri di viaggio. È lì che il passaggio dalla vita alla pagina si lascia osservare meglio che altrove. Dietro la naturalezza che Parise chiamava «leggerezza animale e vegetale» si nasconde un autore sfuggente, che si mimetizza tra arte e vita. È lo stesso metodo all’opera negli scritti d’arte: anche davanti a un quadro, Comisso stava raccontando un viaggio.
