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Arte e Storia

Picabia, tra fascinazione impressionista e risate dissacranti

In mostra 170 opere che ne testimoniano l’ispirazione sempre originale

Opera di Picabia

Come tutti gli artisti geniali, Francis Picabia (1879-1953) è difficile da etichettare. Cominciamo dal cognome: si può pronunciare alla francese, con l’accento sulla a finale, o alla spagnola, marcando la prima a. Picabia, di padre spagnolo e madre francese, ha diviso la sua vita tra Parigi, Barcellona e numerosi viaggi. Pioniere e ricercatore dell’arte, forse non così noto come meriterebbe, viene ora omaggiato a Palazzo Reale con «Picabia. Aprire Le Porte Della Notte», la più imponente e ambiziosa esposizione mai curata in Italia intorno alla sua figura (fino al 24 gennaio). Promossa dal Comune e co-prodotta con Madeinart, sotto la curatela della celebre scrittrice francese Anne Berest Picabia, che dell’artista è pronipote, la rassegna è poetica fin dal titolo e procede non come un freddo inventario cronologico, ma «per temi emotivi, per permettere al visitatore di fare festa insieme a Picabia».

Inafferrabile, aristocratico, ipocondriaco (uno dei pezzi più gustosi in mostra è un finto ricettario con l’intestazione «Docteur Francis Picabia»), Picabia ha attraversato il Secolo Breve rifiutando ogni ortodossia, muovendosi da cane sciolto. Dalle fascinazioni impressioniste alle vertigini dell’astrazione pura, dalle risate dissacranti del movimento Dada condivise con Marcel Duchamp fino alla pittura quasi orfica, l’artista parigino si è reinventato per tutta la vita: in ogni sala incontriamo un Picabia diverso, ogni volta sorprendente.

La mostra può contare su oltre 170 capolavori, provenienti da musei come il Pompidou, il Kunsthaus di Zurigo, i Musées royaux des Beaux-Arts di Bruxelles e il MART di Rovereto. Tra i pezzi notevoli: «Salicis», che rimanda al mito di Danae; «Balance», che ragiona sul rapporto tra corpo e movimento; «Femmes au bull-dog», uno dei tanti lavori che testimoniano la sua ossessione per la figura femminile (c’è un’apposita sezione erotica, in mostra). E poi dipinti come «Mardi gras (Le Baiser)», tutto giocato sulla provocazione carnevalesca, e ancora «Lano», surreale ritratto scelto come immagine guida di questa raffinata esposizione. Picabia è stato uno spirito gagliardo che amava vivere di notte, adorava le feste e non tollerava etichette e anche quando la sua arte ha incontrato il sacro, lo ha affrontato in modo originale, quasi misterico. Sorprendono, nella penultima sala, delle Maternità quasi grottesche (e dolorose: patì tutta la vita la prematura morte della madre). Dopo aver attraversato nella notte, a luci basse, i suoi tanti stili accompagnati da un allestimento particolarmente riuscito, si fa giorno: la sala finale, dalle pareti rosate e luminose, accosta il suo primo e il suo ultimo lavoro, ovvero un paesaggio e un chiaro di luna. Come ha detto la curatrice, per questo «dandy dell’avanguardia» «bisognava vivere due volte: di giorno e di notte».