L’esortazione foscoliana a coltivare la storia è oggi più attuale che mai, in un mondo che sembra vivere in un eterno presente liquido, senza nessuna memoria e nessun radicamento. Io, che amo da sempre leggere libri di storia, mi sono trovato doppiamente a mio agio in questo di Silvia Stucchi, Crimini e misteri nella Roma antica (Giunti editore, pagg.307, euro 16,90), dove l’autrice, dotta latinista, che fa una giusta apologia del ruolo della ricerca filologica nelle pagine introduttive, sa poi molto abilmente prendere, nel suo narrare, una fluidità quasi pop, attualizzante e accattivante. I crimini e i misteri di cui il libro racconta sono casi irrisolti, quelli che oggi chiameremmo cold case. Stucchi li riapre da buona detective, che si muove con agilità tra fonti e documenti del passato, coinvolgendo nella sua inchiesta Tito Livio e Tacito, Sallustio e Svetonio, Cicerone e Plutarco e tanti altri grandi storici dell’antichità. Tra i primi misteri di Roma, c’è il fratricidio che ne avrebbe segnato e macchiato la nascita. Ma fu davvero Romolo a sferrare al gemello il colpo mortale? La fine dello stesso Romolo è avvolta nel mistero. Durante una assemblea in Campo Marzio pare che una fosca tempesta improvvisa con tanto di tuoni e fulmini fece scendere una nuvola spessa e nera intorno a Romolo e in essa il re scomparve, assunto in cielo tra gli dei. Ma ad esempio Plutarco avanza una ipotesi molto meno sublime e più splatter: Romolo potrebbe essere stato smembrato dai senatori che approfittano della nebbia cupa della tempesta e poi sciolgono l’assemblea portandosi ognuno via un pezzo del re nascosto nella tunica.
Altri misteri riguardano grandi poeti. È vero che Terenzio, l’innovatore del teatro latino, il poeta a cui si deve un verso immortale come Homo sum, umani nihil a me alienum puto, (Sono un essere umano, e non ritengo nulla che sia umano a me estraneo) era in realtà il prestanome di una cerchia di nobili colti e innamorati della Grecia? O forse questa ipotesi nasce sullo sfondo dello scontro nella società romana tra tendenze filoelleniche e innovatrici e tendenze conservatrici di cui il massimo esponente è Catone il Censore. Stucchi indaga poi sul grande silenzio intorno alla figura di Lucrezio, l’autore del De rerum natura. Di lui si sa appena l’anno di nascita, 96 o 94 a.C., e che morì a 44 anni. Plinio il Vecchio racconta che fu colto da pazzia e morì a causa di un filtro d’amore, nient’altro. Non sarà che il silenzio su Lucrezio nasca in età augustea, quando Ottaviano Augusto vuole riportare i Romani al mos maiorum, il costume morigerato degli antichi, e Lucrezio , come Catullo, entrambi ignorati da Orazio, apparivano non in linea con la restaurazione di una moralità severa e bacchettona?
Lo stesso vale per Ovidio: perché subì la condanna alla relegatio, non proprio esilio ma quasi, in un rozzo, sperduto paese sul Mar Nero, lui che era stato il più brillante animatore della scena culturale e mondana di Roma? Lui stesso scrisse di non aver commesso nessun delitto (scelus) ma soltanto un errore (error). Quale? Forse quello di essere stato uno degli amanti di Giulia Maggiore, la dissoluta figlia di Augusto stesso, cantata un po’ troppo esplicitamente sia pure sotto il nome di Corinna. Cesare, il più grande dei Romani e degli uomini della storia, da giovane nobilissimo e intelligentissimo ma squattrinato e incerto del suo futuro, fu segretamente vicino a Catilina nella sua celebre congiura contro la Repubblica? È uno dei casi più interessanti, in cui si mescolano politica, spionaggio, sesso, divergenti visioni della giustizia. Fatto sta che il 5 dicembre del 63 a.C. quando si discusse in Senato la sorte dei congiurati presi prigionieri, Cesare assunse una posizione clemente e garantista, ricordando ai senatori che gli dei crearono la morte come legge di natura o come riposo dalle fatiche e dagli affanni, ma non come supplizio. Marco Porcio Catone, detto l’Uticense, sostenne invece con la sua proverbiale dura severità la tesi della condanna a morte. Un dettaglio non insignificante: mentre Catone parlava, venne recapitato a Cesare un messaggio. Catone indignato lo accusò subito di ricevere notizie dai nemici. Allora Cesare con un sorriso gli mostrò lo scritto :che era in realtà una letterina licenziosa a lui diretta da Servilia, sorella di Catone stesso. Che gli gettò lo scritto indietro esclamando «Tieni, ubriacone!».
Cosa che avvalora la mia convinzione secondo cui i lussuriosi sono misericordiosi, al contrario dei bigotti e degli uomini d’ordine. Altro mistero: perché quasi vent’anni dopo, ormai padrone di Roma, Cesare alle Idi di Marzo volle andare in Senato, nonostante le cattive predizioni e le accorate preghiere della moglie Calpurnia? e come mai mentre percorreva in lettiga la strada verso il Senato non lesse lo scritto che gli porse il greco Artemidoro? In quello scritto veniva annunciata la congiura. Fu forse la confusione dei postulanti intorno a lui che lo distrasse e glielo impedì? E così la storia fece il suo corso. Silvia Stucchi affronta altri casi dubbi o sospetti, sempre con grazia lieve e precisa, accanita documentazione. Finì davvero avvelenato Germanico? Cleopatra morì veramente punta da un aspide? Infine Nerone fu davvero responsabile dell’incendio di Roma del 64 d. C.? Il caso è ancora aperto, Come quello della sua morte, su cui fiorirono innumerevoli leggende: Nerone fu messo in salvo in Oriente? O fulminato, o decapitato dai senatori, o impiccato, o seppellito in una caverna? O addirittura ucciso dai Cristiani per punirlo delle persecuzioni? Insomma, per i bravi detective della storia il lavoro non finisce mai.
