Prosegue con Vincent van Gogh la serie sulle vite «maledette» dei grandi artisti, scritta dal direttore editoriale del Giornale, Vittorio Feltri
I girasoli cercano la luce e la trovano. È il loro mestiere: girano la testa dietro al sole da mattina a sera, e Vincent van Gogh li dipinse così, nell’agosto del 1888, ad Arles, per abbellire la stanza dell’amico Gauguin che stava per arrivare. Uno di quei vasi fu battuto a Londra nel 1987 per quasi venticinque milioni di sterline, comprato da una compagnia di assicurazioni giapponese. Era il 30 marzo, il giorno del suo compleanno, e lui per quei fiori non aveva preso un soldo. I girasoli trovarono la luce. Lui no. Lui trovò soltanto la morte, e prima della morte nient’altro che una schifezza di vita. Che fosse un disgraziato lo sapevamo tutti. Non sapevamo fino a che punto. Il punto è che la sua disgrazia comincia prima che nascesse.
Il 30 marzo 1852, a Zundert, in Olanda, la moglie del pastore Theodorus van Gogh partorì un bambino morto. Lo chiamarono Vincent Willem e lo seppellirono accanto alla chiesa, sotto una lapide. Un anno dopo esatto, il 30 marzo 1853, stesso letto, stessa donna, nacque un altro bambino. Lo chiamarono Vincent Willem. Non faccio lo psicologo e non voglio farlo: dico come stanno le cose. Quel bambino crebbe in canonica e ogni domenica, per andare ad ascoltare le prediche del padre, passava davanti a una pietra con sopra il suo nome e il suo compleanno. Nacque con la lapide già pronta. Il resto della vita fu una rincorsa per meritarsela.
A ventiquattro anni, in una lettera di condoglianze al suo ex principale, scrisse: «Recentemente, una mattina presto, sono stato nel cimitero di Zundert accanto alla piccola tomba su cui è scritto: lasciate che i bambini vengano a me». Nessun commento, nessuna lacrima. Lo scrive e passa ad altro. Trovo più agghiacciante questo silenzio di qualunque interpretazione. Quel nome, intanto, non valeva niente. A ventisette anni non era ancora un pittore: era un fallito a tempo pieno. Commesso dai mercanti d’arte Goupil, licenziato. Maestro in Inghilterra, libraio a Dordrecht, aspirante teologo ad Amsterdam, bocciato. Predicatore fra i minatori del Borinage, in Belgio, dove scese a settecento metri nei cunicoli della Marcasse e, raccontano quelli che lo videro, curò per settimane un minatore bruciato dal grisù strappando le proprie camicie per farne bende. Lo cacciarono anche di lì: eccesso di zelo, disse la commissione. Troppo cristiano per i pastori. Nel 1880, con dieci franchi in tasca, andò da Jules Breton, il pittore che ammirava: treno finché i soldi bastarono, poi a piedi, tre notti all’addiaccio. Arrivò davanti allo studio, a Courrières. Lo guardò da fuori. Non bussò. Tornò indietro. Alla pittura arrivò come si arriva all’ultima fermata del tram: perché non ce n’erano altre.
Le tele le firmava soltanto «Vincent». A Theo, il fratello, scrisse nel 1883 che lui, di carattere, «non era un van Gogh», e nel 1888 aggiunse che per di più i francesi il cognome non sapevano pronunciarlo. Fatto sta che sui quadri metteva il nome del bambino morto, e il cognome lo lasciava a Zundert. Theo gli mandava i soldi, ogni mese, per dieci anni. Vincent gli mandava lettere, più di seicento, e quadri che non valevano il francobollo. In tutta la vita ne vendette uno, La vigna rossa, quattrocento franchi, a una pittrice belga. Oggi i girasoli, uno per uno, valgono una banca.
Ad Arles, la sera del 23 dicembre 1888, dopo una lite con Gauguin, si tagliò l’orecchio sinistro. Non il lobo, come si è raccontato per un secolo: quasi tutto l’orecchio, lo dimostra il disegno del medico che lo ricucì. Lo incartò e andò a consegnarlo in una casa di tolleranza a una ragazza che lì faceva le pulizie, Gabrielle. Gauguin partì il giorno dopo e non si rividero mai più. Se poi fu lui, spadaccino provetto, a staccarglielo con la sciabola, come sostengono due studiosi tedeschi, non lo sapremo mai: il segreto se lo sono portato nella tomba tutti e due. A maggio Vincent si fece ricoverare, da solo, nel manicomio di Saint-Rémy, e di lì scrisse a Theo la frase che smonta la leggenda del matto che dipinge perché è matto: «Lotto con tutta la mia energia per padroneggiare il mio lavoro, dicendomi che se vinco sarà il miglior parafulmine per la malattia». La Notte stellata è di quei mesi. Non la dipinse la follia. La dipinse lui contro la follia, nei giorni in cui la follia lo lasciava in pace. Quasi mai.
Il 31 gennaio 1890 Theo ebbe un figlio e gli scrisse: lo chiamiamo come te, e speriamo che sia determinato e coraggioso come te. Terzo Vincent. Per la prima volta quel nome stava su una culla e non su una lapide. Lo zio rispose nell’unico modo che conosceva: dipinse per il nipote un ramo di mandorlo in fiore contro un cielo azzurro, il primo albero che fiorisce, la primavera. Sei mesi dopo, il 27 luglio, uscì dalla locanda di Auvers-sur-Oise dopo colazione e tornò alle nove di sera con una pallottola nel ventre. Morì il 29, a trentasette anni. Lo seppellirono il giorno dopo ad Auvers, e sulla bara gli amici pittori posarono i suoi fiori, i girasoli: «fiori gialli dappertutto», scrisse uno di loro. Chi sparò non si sa: per un secolo si è detto che si fosse sparato da sé; dal 2011 due biografi americani sostengono che fu un ragazzo di sedici anni, per sbaglio, e che Vincent lo coprì. Per bontà, per follia, per gratitudine? Una Lefaucheux arrugginita, trovata in un campo settant’anni dopo, è stata venduta all’asta nel 2019 per 162.500 euro: la pistola che forse lo ammazzò vale più di quanto lui abbia guadagnato in vita. Theo lo seguì sei mesi dopo, a trentatré anni. Restò Jo, la vedova, con un bambino, seicento lettere e un appartamento pieno di quadri che non voleva nessuno. Non buttò niente: li espose, li vendette col contagocce, pubblicò le lettere e nel 1914 fece portare le ossa di Theo ad Auvers, accanto al fratello. Due lapidi uguali, una di fianco all’altra.
Il bambino crebbe, fece l’ingegnere, e nel 1973 ad Amsterdam aprì il museo che porta il nome di suo zio: la collezione l’aveva data lui. Ecco il conto. Alla nascita quel nome stava su una pietra in un cimitero di campagna. Oggi sta su un museo, sui cataloghi, sulle tazze e sugli ombrelli, e ci hanno guadagnato tutti: il fratellino morto, entrato nella storia dell’arte senza vivere un minuto; il nipote; Amsterdam; le compagnie di assicurazione. L’unico che non ci ha guadagnato niente è il genio perseguitato da una eterna lapide, colui che quel nome portava e lo firmava sotto i girasoli. Loro la luce l’hanno trovata, e gliel’hanno messa perfino sulla bara. Lui, dopo trentasette anni di buio, ha trovato una lapide. La seconda con il suo nome. Divenne immortale: da morto.
