Mentre non si sono ancora spenti gli echi politici (e polemici) di questa ultima Biennale, in questo settembre veneziano va in scena un paradosso. A dispetto di un’arte contemporanea sempre più contaminata dal digitale e da un’intelligenza artificiale capace di produrre immagini, forme e mondi virtuali, la Laguna si riempie di fornaci, attrezzi da lavoro, materiali e mani al lavoro. Non una fuga dalla contemporaneità, né una nostalgia per l’artigianato perduto quanto la ricerca di ciò che la smaterializzazione del processo creativo rischia di cancellare: la resistenza della materia, il tempo della lavorazione, l’imprevisto del gesto. A dare forma più evidente a questa riflessione è innanzitutto The Venice Glass Week, appena iniziata e arrivata alla sua decima edizione. Fino al 20 settembre Venezia, Murano e Mestre sono attraversate da oltre 200 appuntamenti fra mostre, installazioni, workshop... In un programma che mette in relazione la tradizione secolare del vetro veneziano con la ricerca contemporanea. Il simbolo più spettacolare di questa decima edizione è in piazza San Marco, dove Murano Illumina il Mondo porta sotto le volte delle Procuratie Vecchie 12 nuovi lampadari nati dalla collaborazione fra artisti e designer internazionali e altrettante eccellenze della produzione muranese. Fra i protagonisti c’è Norman Foster, con la Norman Foster Foundation, che insieme a Salviati ha reinterpretato il lampadario veneziano in un’installazione site-specific: una struttura di bracci organici che culminano in elementi luminosi soffiati, dove il vetro diventa contemporaneamente materia strutturale, luce e forma. È proprio questa contaminazione fra progetto e mestiere a rendere interessante l’intera operazione. Gli altri lavori sono firmati, fra gli altri, da Amanda Levete, Cerith Wyn Evans, Chiara Dynys, Richard Meitner, Tristano di Robilant, Bethan Laura Wood, Arthur Duff e Pierre Charpin, ciascuno in dialogo con una fornace o un maestro vetraio muranese. L’artista porta un’idea, il progettista una visione, il maestro vetraio una conoscenza tecnica sedimentata nei secoli: ma è il materiale a stabilire le regole. Il vetro impone il proprio ritmo, legato al fuoco, alla temperatura, alla gravità, alla rapidità della lavorazione. Il percorso della Glass Week non si ferma però alle grandi installazioni di piazza San Marco. A Murano, Le Stanze del Vetro, alla Fondazione Giorgio Cini, proseguono con la mostra 1948-1958 Murano Glass and the Venice Biennale, che ricostruisce un decennio decisivo nei rapporti fra il vetro muranese e la Biennale veneziana.
È un altro modo per leggere la storia di questo materiale: non come un capitolo separato dell’artigianato, ma come parte integrante della vicenda dell’arte moderna e contemporanea. E poi ci sono gli HUB della Venice Glass Week, veri e propri punti di incontro della manifestazione, dove il vetro contemporaneo viene presentato attraverso artisti affermati, designer e giovani autori. Fra i progetti più interessanti c’è quello presentato alla Scuola del Vetro Abate Zanetti di Murano da Emmanuel Babled, Glass Bridge. From Murano to the World: Glass as an Act of Cooperation. Il progetto mette in dialogo la tradizione muranese con l’atelier contemporaneo di Shanga, ad Arusha, in Tanzania, ed è nato dalla collaborazione con Kukua. L’idea è semplice e insieme moltoattuale: non esportare semplicemente una tecnica, ma condividere un sapere. Il vetro, in questo caso, non è soltanto un oggetto estetico, ma uno strumento di formazione e cooperazione. La manualità torna così a essere anche una forma di relazione fra culture diverse.
La stessa domanda attraversa Glasstress, il progetto nato nel 2009 da Adriano Berengo, che ha costruito negli anni un dialogo fra artisti internazionali e maestri vetrai muranesi. La nuova edizione, fra Ca’ Tron a Venezia e la Fondazione Berengo Art Space di Murano, riunisce 65 artisti e designer internazionali, fra cui Ai Weiwei, Judy Chicago, Tony Cragg, Jan Fabre, Jaume Plensa, Cornelia Parker, Laure Prouvost, Thomas Schütte, Sean Scully, Chiharu Shiota ed Erwin Wurm. Qui il vetro diventa un territorio di confronto fra linguaggi contemporanei e una competenza tecnica antica. Anche al di fuori del vetro, la nuova centralità della manualità si manifesta in progetti come la collezione Des Tresses di Pinto, firmata dall’architetto Fahad Hariri, che parte dall’antico gesto dell’intreccio, ispirato alle stuoie in rafia delle popolazioni nomadi, per trasformarlo in una serie di mobili e oggetti. Il bronzo, lavorato con Fonderie de Coubertin e Ateliers Saint-Jacques, diventa così il risultato di un processo nel quale prototipo, manipolazione e tecnica sono parte stessa della progettazione. Forse è questo, alla fine, il vero paradosso della Venezia di questo settembre: mentre la tecnologia tende a rendere sempre più immateriale la creazione, proprio qui l’arte sembra riscoprire il peso delle cose.
