Cinquant’anni fa, la notte tra il 3 e il 4 luglio 1976, un commando d’élite delle forze armate israeliane, guidato da un giovanissimo tenente colonnello, arrivò nell’aeroporto ugandese della città di Entebbe per liberare più di cento ostaggi ebrei e israeliani tenuti ostaggio di terroristi palestinesi e tedeschi dopo che avevano dirottato un aereo. L’operazione fu uno straordinario successo, praticamente tutti gli ostaggi vennero liberati. L’unico caduto militare di quell’operazione per parte israeliana fu il suo comandante, appena trentenne, Yonathan Netanyahu. Quell’operazione fu subito celebrata come un successo senza precedenti, e il suo giovane comandate caduto come un eroe in tutta Israele. Così, il fratello più giovane, e attuale primo ministro, Benjamin Netanyahu, e i genitori decisero di raccogliere in un libro lettere che Yoni scrisse dai diciassette anni fino a pochi giorni prima della morte ai due fratelli, Bibi e Iddo, ai genitori, agli amici e alle donne della sua vita. Ecco cosa è questo libro straordinario, Lettere di Yonathan Netanyahu, che Liberilibri ripubblica a cinquant’anni dalla morte del suo autore. È qualcosa di molto più interessante del diario di un soldato. C’è un ragazzo colto, intelligente, ammesso ad Harvard, che avrebbe potuto costruirsi una vita splendida, comoda, americana. E invece decide di tornare in Israele. Non perché ami la guerra, ma perché capisce che la libertà, quando non la difendi, diventa una parola da salotto.
Questa è la parte che dà fastidio a tanti occidentali. Noi europei abbiamo trasformato la pace in una posa morale. Ci piace pensare che il male si sciolga con i comunicati, i minuti di silenzio, le conferenze. Israele, invece, vive dalla sua nascita dentro una verità elementare: il male, quando viene a prenderti, non lo convinci a un tavolo. Lo fermi. E per fermarlo servono uomini, armi, decisioni, responsabilità. Serve ciò che la nostra civiltà stanca preferisce chiamare «militarismo», perché non ha più il coraggio di chiamarlo difesa.
La lettura di questo libro pone un grande interrogativo politico. Che cosa siamo disposti a fare per difendere ciò che diciamo di amare? Libertà, tolleranza, identità, civiltà occidentale, parole magnifiche, ma fragili.
Non si reggono da sole. I valori non stanno in piedi se non si è disposti a sacrificarsi per farlo. Israele ce lo sbatte in faccia ogni giorno. Per questo in occidente è tanto detestato.
Vedete, criticare il primo ministro Benjamin Netanyahu, è più che legittimo, come sempre in ogni sistema democratico. Ma chi pensa che dopo «Bibi» Israele smetterà di essere Israele, ossia di fare ciò che deve per difendersi, non ha capito nulla. Israele non è un capriccio elettorale.