Artigiano in tribunale da dieci anni per ottenere 3.500 euro

UdineUn lavoretto di falegnameria, roba da 3.500 euro, lavoro compreso. Il tutto quando parlare di euro era ancora piuttosto complicato, visto che era il 2001 e la moneta del Vecchio continente sarebbe diventata valuta corrente solo dal primo gennaio 2002, tre mesi e mezzo dopo l’attentato islamico alle Torri Gemelle di New York. Comunque la piccola azienda artigiana di Udine che aveva eseguito il lavoro quei soldi non li ha mai visti. Per questo aveva fatto ricorso in tribunale, sperando di vedere almeno una parte dell’importo spettante. Cosa che sarebbe anche successa se l’infernale macchina giudiziaria non avesse commesso un errore così marchiano, che per essere corretto necessita ora l’intervento della Corte di Cassazione.
A denunciare questa storia è stato il direttore di Confartigianato Udine, Gian Luca Gortani. Ci sarebbe da ridere se non ci fosse di mezzo la crisi e se questa piccola azienda a gestione familiare, due fratelli con la collaborazione del padre, non rischiasse di chiudere. «In questo momento di crisi - ha detto Gortani al Gazzettino - non è accettabile che una piccola azienda artigiana, per ottenere giustizia e recuperare un credito di 3.500 euro, debba aspettare 10 anni. Non è possibile che la sentenza che le dà torto sia basata su un errore evidente e che non ci sia modo di correggerlo se non andando in Cassazione». Chi al processo d’Appello ha riesaminato la pratica ha preso lucciole per lanterne. Nel caso specifico, apprendisti per ore lavorate. Travisando il senso del ricorso e ribaltando una sentenza che, correttamente, aveva dato ragione all’azienda. La vicenda è un po’ complicata ma, al di là dei tecnicismi, la trovata vincente, si fa per dire, degli artigiani udinesi è stata quella di seguire l’esempio di un altro creditore buggerato e far pignorare prima e liquidare poi le quote di una società del debitore. L’importo ricavato non era sufficiente a coprire tutto il dovuto, ma era sempre meglio di niente. E così nella sentenza di primo grado, peraltro arrivata nel 2006, all’impresa artigiana viene riconosciuto lo status di creditore privilegiato e si aprono così le porte per ottenere parte dell’importo mai visto.
Roba da festeggiare, se non ci fosse stato l’appello. «Tre giudici della Corte d’appello di Trieste - ha spiegato Gortani - hanno sostenuto che non era un’impresa artigiana e quindi non era un creditore privilegiato. La motivazione è basata però sulla lettura errata della dichiarazione dei redditi: hanno sostenuto che non poteva essere un’impresa artigiana perché dagli studi di settore risultava avere a libro paga 390 apprendisti e 19 autocarri».
Peccato che si sia trattato di una lettura errata dei righi del modello; 390 non erano gli apprendisti, ma le ore lavorate dai 2 giovani assunti dall’impresa, e 19 non era il numero dei camion (erano due anche quelli) ma la loro portata. E grazie a questi stupidissimi errori, la ditta udinese non solo è stata esclusa dal pagamento del credito, ma è stata anche condannata «al pagamento di quasi 10mila euro di spese legali». Niente paura, tra qualche anno, forse, la Cassazione ristabilirà la giustizia. Sperando che l’azienda abbia la forza di resistere fino ad allora.

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