La sinistra italiana non sa più dove pescare per portare avanti la propaganda per il “No” al referendum e ora coinvolge anche il premier spagnolo Pedro Sanchez, ovviamente all’oscuro dell’iniziativa. A scegliere il politico iberico come testimonial a sua insaputa è stata l’Arci di Roma con un volantino che sta circolando sui suoi profili social che in poche righe riesce a mischiare due temi che tra loro non hanno alcuna attinenza, il conflitto in Iran e il referendum, riuscendo per altro a sbagliare argomentazioni con entrambi. E non era facile.
Sarebbe bastato informarsi, almeno un minimo, per sapere che la Spagna ha già in vigore una separazione delle carriere (oggetto del referendum di marzo) a differenza dell’Italia. In Spagna, infatti, dopo l’unico concorso esistono due percorsi di formazione separati e distinti: uno per diventare giudice e uno per diventare pubblico ministero. Questo significa che, fin dall'inizio della formazione presso la Scuola Giudiziaria o il Centro di Studi Giuridici, i ruoli sono definiti e i percorsi formativi seguono binari differenti. Sebbene non sia tecnicamente impossibile cambiare funzione, si tratta di una procedura complessa che richiede solitamente di vincere un nuovo concorso o di seguire iter amministrativi molto specifici, rendendo i due corpi professionalmente indipendenti l'uno dall'altro.
Inoltre, anche a livello di autogoverno la distinzione è netta, al contrario di quanto accade in Italia. Per altro, la Spagna in tal senso ha un sistema in cui i giudici rispondono al Consejo General del Poder Judicial, che è un organo costituzionale indipendente volto a garantire l'autonomia della magistratura dal potere politico, mentre i pubblici ministeri fanno capo alla Fiscalía General del Estado. Quest'ultima ha una struttura gerarchica e il suo vertice, il Procuratore Generale, viene nominato dal Re su proposta del Governo, il che conferisce alla pubblica accusa un legame più stretto con l'esecutivo. Un elemento che non si presenta nella proposta di riforma italiana, lasciando i due organi di autogoverno completamente indipendenti dalla politica.
“La domanda non è se siamo dalla parte degli ayatollah. La domanda è se siamo dalla parte della legalità internazionale e della pace”, si legge nella citazione attribuita al premier spagnolo.
Premier che, per altro, dopo aver dichiarato che non avrebbe sostenuto la guerra, ha mandato una nave da guerra a difesa di Cipro contro i missili iraniani e stando a quanto riferisce Washington ora sta collaborando, concedendo le sue basi agli Usa, allo stesso modo in cui lo ha fatto l’Italia. Cosa c’entra questo con il referendum? Nulla, ovviamente. È solo un modo per rilanciare la manifestazione contro il governo Meloni del 14 marzo.