“Capra! Capra! Capra!”, è l’epiteto diventato ormai famoso anche tra i giovani usato per vent’anni, con grande successo tanto da diventare popolarissimo, dal mio amico Vittorio Sgarbi. Le capre non hanno mai protestato, in compenso gli studi etologici proseguono anche sulle capre.
L’ultimo, fresco fresco: ricercatori dell’Università di Zurigo hanno verificato se le capre domestiche riescano a usare la direzione di una voce umana non visibile per trovare del cibo nascosto. L’esperimento era semplice (i migliori): due secchi identici, uno con cibo, l’altro vuoto, un pannello di legno che nascondeva il ricercatore, e una capra liberata dopo il segnale. Prima gli animali venivano familiarizzati con la situazione, dopo arrivava il test vero: il ricercatore, nascosto, metteva del cibo in uno dei due secchi senza farsi vedere e dava (oppure non dava) un indizio vocale.
Le condizioni erano tre. Nella prima, il ricercatore parlava con voce eccitata rivolta verso il secchio con il cibo, pur trovandosi vicino al secchio vuoto: quindi la capra non poteva semplicemente seguire la posizione dell’uomo, doveva cogliere la direzione della voce. Nella seconda, il ricercatore restava in silenzio. Nella terza, parlava con tono eccitato, però rivolto lontano da entrambi i secchi. Il risultato: quando la voce era diretta verso il premio, le capre sceglievano il secchio giusto nel 60% dei casi. Quando non c’era voce o la voce era orientata altrove, scendevano rispettivamente intorno al 47% e 49%, cioè quasi al caso. E pensare che io non riesco neppure a capire da che stanza mi chiamano.
Ci sono studi precedenti altrettanto interessanti, sempre caprini. Le capre erano già state osservate mentre usano gesti di indicazione umani per scegliere dove si trova il cibo, quindi non leggono soltanto il nostro corpo come ostacolo da aggirare, leggono anche certe intenzioni comunicative minime. In altri esperimenti hanno mostrato di orientarsi verso l’essere umano quando si trovano davanti a un problema impossibile da risolvere da sole, per esempio una ricompensa irraggiungibile, con un comportamento di sguardo rivolto all’uomo che ricorda quello di altri animali domestici capaci di usare noi come strumenti cognitivi ambulanti. Il cane per esempio, quando gli indicate un oggetto con il dito. Si chiama pointing. Paradossalmente una capacità così spontanea non è stata osservata con la stessa chiarezza in animali a noi geneticamente vicinissimi, come lo scimpanzé.
E nel 2018, sempre su Royal Society Open Science, è stato osservato che preferiscono interagire con facce umane sorridenti rispetto a facce arrabbiate, vale a dire che distinguono anche segnali emotivi del volto umano. A proposito di volto umano, perfino le galline, usate sempre come esempio di stupidità, sono molto meno sceme della loro reputazione: riconoscono individui, distinguono volti familiari e, negli studi sui pulcini di Giorgio Vallortigara, perfino animali appena nati mostrano predisposizioni verso configurazioni simili a un volto. Se poi siano cento, duecento o duecentocinquanta, lascio il censimento facciale agli etologi: a me basta sapere che riconoscono più facce di quante io desideri ricordarne. C’è un saggio di Vallortigara, Cervello di gallina, il cui titolo fa pensare a un idiota, mentre dimostra proprio il contrario.
Insomma, “capra! capra! capra!”, e
anche gallina, forse sarebbero da sostituire. E guardando come ci comportiamo in generale, forse l’insulto migliore sarebbe: “Uomo! Uomo! Uomo!”. Inteso come specie, naturalmente, altrimenti sembra una tesi di Chiara Valerio.