Gentile Direttore Feltri,
le scrivo colpito e disgustato dal delitto avvenuto a La Spezia, dove un ragazzo marocchino ha ucciso un ragazzo egiziano, apparentemente per gelosia. Stando a quanto riportato, il giovane avrebbe detto subito, dopo l'arresto, che la sua intenzione era uccidere. Eppure, a distanza di poco tempo, ecco comparire una narrazione diversa: l'avvocato parla di «disagio», di comportamenti autolesionistici, di fragilità psicologica, quasi a costruire una cornice attenuante. Le chiedo: lei cosa pensa di questa tendenza a trasformare un omicida in un «ragazzo fragile»?
Michele Bonino
Caro Michele,
penso esattamente quello che pensi tu, e cioè che il «disagio mentale», in Italia, sta diventando una specie di lasciapassare morale, una coperta pronta all'uso che si stende addosso all'autore del crimine per scaldarlo, proteggerlo, scusarlo. Una coperta che, curiosamente, viene tirata fuori con una velocità impressionante quando l'autore del reato è straniero, quando è «migrante», quando è l'ennesimo protagonista di quella cronaca nera che qualcuno finge non esista. Funziona così: se delinqui e hai un cognome italiano, sei un bastardo lucido. Se delinqui e hai un passaporto diverso, o un'origine «sensibile», diventi immediatamente un poveretto, un «fragile», uno «non integrato», uno «segnato da traumi», uno «che aveva bisogno d'aiuto». Ecco il trucco: si sposta il discorso dal crimine al criminale, dal fatto al contesto, dalla responsabilità alla sociologia, come se la realtà fosse un'opinione e il sangue una metafora.
Tu ricordi bene un punto decisivo: da quanto si apprende, il ragazzo avrebbe dichiarato subito che voleva uccidere. Ora, io non ho il gusto di incatenarmi alle frasi riportate in modo disordinato dalle cronache, perché le indagini le fanno magistrati e investigatori, non i talk show, ma una cosa è chiara: quando emergono minacce precedenti, quando si parla di intimidazioni, quando persino compagni di scuola raccontano un clima di tensione, è difficile far passare l'idea dell'«improvviso raptus», del «non so cosa mi è preso».
E sai cos'è la cosa più inquietante, più della presunta fragilità dell'assassino? È la fragilità del sistema intorno. Perché se è vero, è ripeto: stando alle testimonianze riportate, che quel ragazzo minacciava, che la vittima aveva paura, che la tensione era nota, allora qualcuno ha fatto finta di non vedere. Una scuola che oggi è spesso terrorizzata dall'idea di «segnalare», perché segnalare è diventato «discriminare», e allora si tace. E quando si tace, poi si piange. E si piange sempre troppo tardi.
Tu tocchi un altro punto centrale: la concezione proprietaria della donna.
«Sei mia», «sarai sempre mia». Frasi che, se dette in un contesto normale, possono essere sciocche o infantili, e finiscono lì. Ma quando una storia finisce e diventano ossessione, quando diventano ricatto, quando si trasformano in una logica di possesso, allora non sono più «parole d'amore»: sono segnali di controllo.
E il passo successivo, lo sappiamo, è «se non sei mia, non sarai di nessuno». È l'anticamera della violenza. Ed è ridicolo fingere di non capirlo. Ma torniamo alla tua domanda: perché questa fretta di costruire attenuanti? Perché in Italia si è installato un meccanismo perverso: il Paese non punisce, giustifica. E quando giustifica, manda un messaggio chiarissimo: «Puoi farla franca». E non mi si venga a dire che sto esagerando. La cronaca ci insegna che l'impunità è la migliore scuola di criminalità. Un sistema che minimizza, che cerca sempre l'alibi, che sostituisce la responsabilità con la terapia, è malato. Tu sottolinei una cosa che io sottoscrivo: non è vietato avere un disagio. Non è vietato essere fragili. Non è vietato soffrire. Ma la fragilità non è un'assoluzione preventiva. Se uno è fragile, lo si cura. Se uno minaccia, lo si ferma. Se uno uccide, lo si punisce.
È molto semplice. E noi ci perdiamo in un bicchiere d'acqua.
Si parla di sicurezza come se fosse un fastidio, un tema «da destra», mentre è la prima funzione della civiltà: garantire che chi esce di casa torni vivo. E se la sicurezza diventa un tabù, allora il tabù non è la parola: è la realtà. Mi domandi se questa tendenza sia pericolosa. Ti rispondo: è devastante. Perché non soltanto ferisce la giustizia, ma ferisce anche la società: trasforma l'assassino in protagonista, la vittima in nota a margine, e chi prova a dire «attenzione» in un «allarmista». In pratica: si sposta la colpa da chi ha colpito a chi denuncia. È un capolavoro di ipocrisia.
Se un ragazzo dichiara di voler uccidere, se ci sono minacce precedenti, se c'è un clima che fa pensare a una decisione maturata, io non vedo alcuna «ingenuità tragica».
Vedo una volontà criminale che va trattata come tale. E vedo una società che deve finalmente smettere di fare la madre indulgente con chi porta morte. Altrimenti continueremo con il solito rito italiano: prima l'alibi, poi il funerale.È troppo.