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Revenge porn, cyberbullismo, truffe. Quando un click può creare il "mostro"

L'avvocato Marisa Marraffino ci parla di decine di casi che ha affrontato nella sua vita professionale e che ha raccolto nel libro "Senza consenso. Vite, solitudini e tribunali nell’era digitale". Il ruolo fondamentale dei programmi di "messa alla prova" con cui i minori vengono recuperati

Revenge porn, cyberbullismo, truffe. Quando un click può creare il "mostro"

Bullismo, truffe, sexting, finti amori nati su app di incontro o chat, pedofili che si nascondono protetti dall'anonimato. L'avvocato Marisa Marraffino ci parla di decine di storie nel suo libro da poco uscito "Senza consenso - Vite, solitudini e tribunali nell'era digitale" (Zolfo Editore). Storie di cui si è occupata per lavoro. Alcune sono finite bene, altre meno.

Avvocato, nel sottotitolo del suo libro si legge “vite, solitudini e tribunali nell’era digitale”. A chi si rivolge?
"Il libro è rivolto soprattutto agli studenti, credo possa essere letto dalla terza media in poi, ma anche alle loro famiglie. Parla di tutti noi, della tempesta che può attraversare una famiglia quando arriva la notifica di un atto giudiziario per reati commessi col mezzo informatico, a volte dai figli altre volte dagli stessi genitori. Ci sono molti casi che riguardano minorenni, ma spesso questi reati vengono commessi anche dagli adulti. C’è chi crea falsi profili sui social, chi diventa un bullo per un torto subito, per una sofferenza passata e poi casi più gravi fino alla detenzione di materiale pedopornografico o agli atti persecutori. A compierli spesso persone che non ti aspetteresti, dal vicino di casa al pensionato fino allo studente con voti eccellenti".

Come le è venuta l’idea di raccogliere queste storie che, sia pure coi nomi e i dettagli salienti modificati, supponiamo siano storie vere?
"L’idea mi è venuta perché credo che ogni storia possa insegnare qualcosa. Molti processi avrebbero potuto essere evitati, altri no, ma ogni caso può servire a interrogarci sul rapporto coi nostri figli e in generale sulle dinamiche familiari. Molti processi hanno insegnato a me per prima ad essere coraggiosa e a rialzarsi dopo una caduta. Mi è capitato spesso, soprattutto nei processi minorili che, passato il momento critico iniziale, sia cominciato un percorso di cambiamento, una vera e propria rinascita. Molti ragazzi che ho assistito oggi sono laureati oppure fanno i mestieri più vari. Tutti ricordano quell’esperienza come un’occasione di cambiamento e a volte anche di riscatto".

"Senza consenso", copertina del libro

Ha individuato un filo che le accomuna?
"È sicuramente la solitudine dei vari protagonisti. Nei momenti di fragilità si rischia più facilmente di diventare autori o vittime di reati. E poi, per quanto riguarda i reati informatici, c’è ancora poca consapevolezza e cultura. Gli adulti di riferimento, che dovrebbero accompagnare i ragazzi anche nel mondo digitale, non sono stati preparati a farlo, loro per primi spesso usano male i social e internet in generale. Non abbiamo saputo essere dei buoni esempi e oggi ne paghiamo le conseguenze".

Spesso quando un ragazzo combina qualcosa si dà la colpa alla famiglia e, subito dopo, alla scuola. In ultimo alla società. Insomma, è colpa di tutti e di nessuno. Lei che idea si è fatta alla luce della sua esperienza? Ovviamente dipende da caso a caso ma non trova che i genitori siano i maggiori responsabili?
"Sicuramente la prima istanza educativa è la famiglia. Il problema oggi è molto complesso. I ragazzi ci raccontano di non essere visti né ascoltati. Quando vado nelle scuole a parlare con loro non riesco mai in una mattinata sola a rispondere a tutte le domande che fanno. Hanno un fortissimo bisogno di essere ascoltati e che qualcuno si prenda del tempo per loro. L’ascolto si allena sin dalla nascita. Oggi deleghiamo a internet l’accudimento dei bambini già nei primi mille giorni di vita. Si chiama 'babysitter digitale', li mettiamo davanti a uno schermo da piccolissimi per avere un po’ di pace al ristorante o a casa, con danni sullo sviluppo neurocognitivo che ormai sono evidenti. Siamo noi a regalare loro il primo cellulare alla prima Comunione perché altrimenti 'si sentirebbero esclusi'. Rinunciamo ad ascoltarli e a interagire davvero con loro sin da piccoli perché è faticoso e noi non abbiamo tempo. Quando poi arriva l’adolescenza ci lamentiamo che non ci parlino o che non ci ascoltino. Lo stesso vale per gli insegnanti e per gli allenatori dei vari sport. Ce ne sono di bravissimi che intercettano i disagi sin dalle fasi embrionali e altri che purtroppo rinunciano, per mancanza di tempo o di risorse. Ci sono molte associazioni, tanti professionisti che periodicamente fanno incontri gratuiti sul territorio su questi temi. I genitori non sempre si presentano oppure sono in pochi. La sera si è stanchi, il giorno si deve lavorare, ce ne occuperemo in un altro momento. Quel momento a volte coincide con la notifica di un atto giudiziario del quale improvvisamente ci si stupisce".

Nelle storie di cui parla si parla spesso della “messa in prova” che, in diversi casi, pare abbia dato risultati molto positivi. Una giustizia riparativa-correttiva che, specie in un giovane, può avere un ruolo educativo importante…
"Ha un ruolo fondamentale per tutti, ma per i minorenni ancora di più. La loro personalità è in crescita e un programma di messa alla prova che faccia leva sulla rielaborazione di quanto accaduto in chiave correttiva può dare origine a una vera e propria rinascita personale. Il circuito minorile investe tantissime risorse nei programmi di messa alla prova. Ci sono psicologi, educatori, associazioni che lavorano insieme per aiutare gli autori dei reati a capire il disvalore del fatto commesso. Quello che dobbiamo evitare è la recidiva e per farlo chi ha sbagliato deve capire davvero il male che ha causato alla vittima, a volte anche a sé stesso e alla sua famiglia. Sono sempre percorsi difficili e dolorosi, ma se c’è una famiglia a supporto è più semplice. Spesso però ci sono tanti stranieri non accompagnati o ragazzi che non hanno famiglie in grado di aiutarli davvero e allora non sempre la messa alla prova riesce".

Social network, app e ragazzi con la testa sempre più incollata sugli schermi. Quanto sono peggiorate le cose, per i nostri ragazzi, negli ultimi venti anni? Il mondo digitale che può fare compagnia ma, al tempo stesso, divenire un vero e proprio incubo…
"Questo è un problema trasversale, riguarda tantissime famiglie e l’estrazione sociale non c’entra. Siamo tutti coinvolti, anche noi adulti. Gli ultimi processi e anche le istruttorie in corso stanno dimostrando che il design di molte piattaforme è stato progettare per tenerci più tempo possibile incollati a uno schermo. Gli scroll senza pause ne sono un esempio. Dobbiamo capire noi adulti per primi che le piattaforme hanno un preciso interesse economico a tenerci col naso sullo schermo, ma questo ci causa danni fisici e non solo, anche relazionali e di comportamento".

Ragazzi spavaldi, a volte impauriti, spesso incapaci di avere un dialogo con gli adulti. Cos’è che la colpisce di più dei giovani con cui ha avuto modo di venire in contatto per il suo lavoro?
"Il loro bisogno di essere ascoltati e accettati. Quando vengono da me spesso hanno perso la fiducia negli adulti di riferimento, fanno fatica ad aprirsi, a parlare. A volte commettono estorsioni e violenze perché vogliono comprarsi un certo modello di scarpe. Possedere cose li fa sentire più forti e riconosciuti. Ma a trasmettere loro questo modello siamo stati noi adulti. La differenza di status sociale tra le famiglie è alla base di molte disparità e disagi. Chi può ostenta sempre più, chi non può sta a guardare e non riuscendo a raggiungere quel livello di benessere cova frustrazione e poi violenza. Si sceglie la via più facile invece di investire sulla propria realizzazione personale, sulla passione per lo studio o un mestiere. Ma anche in questo caso noi adulti abbiamo smesso di essere un riferimento. In quanti facciamo con passione il nostro lavoro? Possiamo davvero essere un esempio per loro? Spesso trasmettiamo solo stanchezza, stress e nervosismo, molte volte giustificati dalle difficoltà della vita, ma i nostri figli ci osservano, sempre".

Lei scrive che “è un privilegio aiutare qualcuno a crescere. E quando ricorderà dell’inciampo vissuto, vorrei lo facesse con orgoglio. Che si ricordasse di quella volta che ha sbagliato ma poi è diventato grande”. La vecchia massima del “sbagliando si impara”. Dal suo libro si vede che diversi suoi giovani clienti sono venuti a cercarla per poi ringraziarla. Viene da pensare che, senza quell’inciampo in età così giovanile, forse le loro vite avrebbero potuto prendere strade ancor peggiori. Ha avuto qualche esperienza in tal senso?
"Sì, mi sono capitati casi di minorenni che avevano commesso reati di detenzione di materiale pedopornografico. Sono processi molto difficili da gestire, anche umanamente. Molti di questi procedimenti sono nati perché le piattaforme stesse, come Microsoft, negli Stati Uniti hanno l’obbligo di segnalare alle autorità i download di contenuti pedopornografici e anche al NCMEC, il Centro nazionale americano per bambini scomparsi e sfruttati, istituito nel 1984 senza scopo di lucro. Questo centro poi in base all’indirizzo IP trasmette le informazioni alla polizia postale territorialmente competente, quindi in molti casi anche a quella italiana. Queste segnalazioni riescono ad evitare conseguenze ancora peggiori e le indagini sotto copertura spesso riescono a individuare anche la rete criminale che ci sta dietro. Mi è capitato in diversi casi che ci fossero dei minorenni che scaricavano video di altri minorenni sfruttati senza rendersi conto della gravità del fatto. Spesso si difendevano dicendo che lo facevano per curiosità e che non pensavano che quei bambini fossero “veri”. Altre volte si scopre che chi è autore di questi reati, è stato a sua volta vittima di abusi. In questi casi, a maggior ragione, una perquisizione, che all’inizio è un trauma per tutta la famiglia, può essere un’occasione per parlarsi e provare a guarire le ferite insieme".

Le storie che ha raccontato nel suo libro sono tutte avvincenti. Ce n’è una, in particolare, che l’ha toccata di più a livello umano?
"Sì, mi ha toccato molto quella di un ragazzo che commetteva furti per noia oppure estorsioni ai danni dei compagni di classe senza una motivazione apparente. La madre lavorava in ospedale durante il covid, era abituato a vedere la sofferenza e il sacrificio eppure sembrava che nulla lo toccasse davvero. Un giorno in studio mi disse che “prima” lui non era così. Capii che c’era un prima e un dopo e me lo feci raccontare. A 14 anni era una promessa del calcio, poi un incidente col motorino ha interrotto tutto. Il suo cervello è andato in corto circuito e ha pensato che nulla avesse un senso. Così rubava per il gusto di farlo e minacciava i suoi compagni perché si “annoiava”. E’ il classico caso che si fa fatica a comprendere, eppure ha un senso quando pensi che la tua vita non abbia più un significato". Durante la sua messa alla prova il ragazzo è stato inserito in un’associazione che lo ha fatto diventare l’allenatore di calcio di una squadra di ragazzi più sfortunati di lui. C’è chi era orfano, chi in situazione di povertà educativa e non solo. Lui ha capito che poteva fare la differenza e ha fatto uno scatto che si è rivelato decisivo. All’udienza di verifica finale, dopo le mie conclusioni, si è alzato in piedi all’improvviso, ho avuto paura, ma lui voleva soltanto chiedere al giudice se avrebbe potuto andare alla partita dei “suoi” ragazzi la domenica successiva, anche se la sua messa alla prova era finita. È stato emozionante, anche per me".

C’è un caso, invece, di cui non avrebbe mai voluto occuparsi?
"Sì, soltanto una

volta nella vita, ma non è nel libro e ho rinunciato al mandato. Era il caso di un uomo accusato di violenza sessuale che durante l’interrogatorio definì lo stupro 'divertissement'. Non me la sono sentita di continuare".

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