È una realtà orwelliana, quella in cui siamo catapultati dopo due anni di lavaggio del cervello collettivo su Gaza, Israele e gli ebrei. La narrazione da faziosa si è fatta settaria, da settaria fanatica e da fanatica totalitaria, che è poi l’aggettivo che ha usato, come la proverbiale con sapienza ermetica, Francesco De Gregori. Il cantautore aveva già conosciuto la violenza dell’epurazione negli anni Settanta, in tempi di cupo settarismo ideologico - quando i gruppettari lo consideravano troppo poetico, troppo borghese, troppo "di successo" - e oggi è tornato ad assaporarlo.
Una sorta di polizia del pensiero vigila solerte sulle parole che tradiscono un pensiero dissenziente su Gaza. Nel capolavoro di George Orwell, sono gli specialisti del linguaggio del ministero della Verità: “Alla fine – si legge in 1984 - renderemo il delitto di pensiero, ovvero lo psicoreato, del tutto impossibile perché non ci saranno più parole per esprimerlo. Ognuna delle idee che sarà necessaria verrà espressa esattamene da una 'unica' parola, mentre tutti gli altri significati sussidiari verranno aboliti e dimenticati".
Quella "unica parola" di cui profeticamente parlava Orwell oggi è genocidio. Sequestrata da certi apparati di propaganda sovietici, è stata scientificamente appicciata al capitalismo, dipinto come genocida per definizione. Quindi con la Guerra dei Sei giorni è stata scientificamente associata a Israele in modo sempre più insistito e violento. La si ritrova nelle cronache del Libano 1982 e poi negli anni successivi. Il "lento genocidio", si legge. Talmente lento che era smentito dal boom demografico arabo-palestinese. Eppure quella parola unica è ricomparsa fino a diventare feticcio. Come la demonizzazione del sionismo, che si vuole maledire come riedizione del nazismo, e che De Luca ha tentato invece generosamente di difendere, finendo anch’esso epurato. La Pravdae altri giornali sovietici avevano cominciato negli anni Sessanta a pubblicare articoli e vignette che ritraevano gli ebrei come nuovi nazisti. Un veleno che circola ancora oggi.
Dopo il 7 ottobre è ricomparsa in modo ossessivo la parola unica genocidio. Come la mostrificazione del sionismo. E una sorta di polizia del pensiero vigila sul loro impiego, condannando coloro che dissentono, sottoposti a processi popolari che prevedono umiliazione e abiura. Come nelle “sessioni di lotta” maoiste riservate a oppositori e intellettuali scomodi, costretti ad autoaccusarsi di fronte a folle di militanti inferociti (antesignani di certi odiatori on line).
Cos’altro abbiamo visto, in questi anni? Un sindaco (di sinistra) umiliato nel suo teatro per aver chiesto la liberazione degli ostaggi israeliani, intellettuali come De Gregori e De Luca ostracizzati, Lele Fiano insultato e gli ebrei italiani che, sulla base di una delirante presunzione di colpevolezza collettiva, vengono intimati a rinnegare Israele, per dimostrarsi “degni” di godere del diritto di parlare e manifestare, magari al Pride. E questa "psico-polizia" colpisce non tanto gli avversari dichiarati ma proprio coloro che si limitano a esprimere dubbi, a ricordare il significato delle parole, a ricostruire gli eventi storici per come avvenuti. Impossibile discutere, vietato ricordare, escluso che si possa dubitare quando viene imposta una parola unica che dice tutto. Poche (ma buone) le solidarietà: Massimo Recalcati e Roberto Cotroneo, nel caso di De Luca.
Tutto questo - ha detto benissimo De Gregori - è esattamente un "pensiero totalitario", per quanto non cruento. E allora vale la pena ricordare un suo “nevergreen”, che uscì due anni dopo la brutale contestazione ideologica che il cantante aveva subito al Palalido di Milano il 2 aprile 1976, 50 anni fa. Un gioiello autobiografica in un album di capolavori: quella canzone si intitolava La campana e raccontava il doloroso ritorno alla normalità dopo il trauma di quel farneticante processo popolare infertogli dagli estremisti. “Camminavo come un uomo tranquillo – dice De Gregori nel 1978 - E sotto questo grande cielo azzurro finalmente, mi sentivo un uomo solo" canta a piena voce. Un canto liberatorio, finalmente, un uomo libero.
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