La notizia è piccola, ma dice tutto. A Pordenone, dalla prossima settimana, in gran parte delle mense scolastiche spariscono le braciole e il prosciutto di San Daniele. Al loro posto pollo al curry e cous cous. Motivo ufficiale: gli alunni di origine straniera sono il 20,9 per cento, quasi il doppio della media nazionale, e nei comprensivi della città arrivano al 30. In più la Regione raccomanda le carni bianche.
A Spilimbergo il maiale si può avere su richiesta, come un favore. Si salva il frico. A Piacenza era già successo: dal menù autunno-inverno è sparita la coppa. Non importa sia la gloria contadina di quelle terre, dove è stata inventata; e con quell’insaccato si è eliminata dai pasti studenteschi ogni traccia di suino. I tifosi al Garilli hanno srotolato uno striscione: «Giù le mani dalle tradizioni, il maiale si mangia da generazioni». Salvini ha parlato di scelta assurda, «alla faccia dell’inclusione». Si tratta di esclusione, per la precisione di quel che profuma di casa nostra. Su Rai3, aLinea notte, ne hanno riso: ospiti concordi nel ritenerla una questione ridicola.
Nessuno dice che è un omaggio alla legge alimentare islamica. Si trovano diversivi truffaldini per zittire quel che resta dei nostri costumi elementari di gusto e di sapore. Si citano dietologi, e persino di tutela dei bambini dal rischio di soffocare causa ingordigia da fetta di salume. Infine si estrae dal vocabolario del politicamente sacro la parola magica che dovrebbe chiudere le bocche miscredenti: multiculturalismo.
Ancora pochi decenni fa una decisione del genere avrebbe fatto scandalo, sarebbe stato giudicato un insulto ai nostri vecchi, che offrivano ai nipoti quasi fosse un’ostia la fetta del salame nascosto chissà dove. Giusto così. Nella civiltà contadina da cui veniamo il maiale era decisivo: la pancetta, il lardo, che in tempo di guerra era tutto. È il colore della nostra vita. Ma non è questo il punto. Il punto è il trucco. Gli altri alle loro usanze ci tengono moltissimo, noi non più. Il kebab si vende in ogni città italiana, è di gran moda, libero cibo, in libero stato, per carità; ma sfido chiunque a trovare una prosciutteria in un Paese musulmano.
Il ragionamento del finto buon senso è questo: gli islamici il maiale non lo mangiano, allora togliamolo a tutti, così la facciamo corta. Ci si adegua al meno invece che al più. Altro che multicultura: è monocultura. Cari islamici: nessuno da noi è obbligato a mangiare il maiale, si campa benissimo di tacchino, e i menù alternativi per chi non può onon vuole esistono già. Inclusione sarebbe aggiungere un piatto. Qui si sottrae un piccolo-grande segno identitario per non urtare qualcuno che in tal modo ci impone il suo, echi chiede spiegazioni passa per provocatore.
Oriana Fallaci lo aveva visto nel 2004, nella Forza della ragione: aveva indicato un nemico «che bandisce il maiale dalle mense delle scuole, delle fabbriche, delle prigioni». Una tecnica predicata dai Fratelli musulmani per islamizzare la modernità. Alzando un grado alla volta la temperatura dell’acqua per far bollire la rana senza che protesti. Non lo scontro frontale, ma lo scivolamento, un tassello alla volta, finché il dettaglio diventa regola. «E io l’Italia non gliela regalo». Per questo la cacciarono dal recinto democratico: non era inclusiva. Mi chiedo se sia inclusivo cacciare i maiali dalla nostra vita. Lo so, aggrapparsi al maiale non è elegante. È più di classe esibire lo zenzero invece dello zampone. Eppure il profumo del prosciutto, persino quello della salsiccia sulle gratelle della festa dell’Unità mi metterebbe oggi di buon umore. Temo che tra poco anche lì, con la Schlein, dopo il tempo della mortadella, verrà inesorabile quello del würstel di tacchino. I tifosi di Piacenza hanno fatto rimare tradizioni con generazioni. Il mondo sta rotolando e loro si tengono stretta una fetta di coppa. Non è poco. Prosit.
